Ed è in verità un motivo tipico del D’Enrico quello di fissare con identico
spirito, proprio nei punti centrali delle scene, delle figure colte di spalle, nel pieno dell’azione, come nelle cappelle di Caifas, di Pilato che si lava le mani, della
Condanna a morte, dell’lnchiodazione alla croce e della Deposizione.
Dunque Giovanni D’Enrico ha lavorato veramente anche per l’Ingresso in
Gerusalemme. È facile quindi il capire perché il Fassola abbia equivocando creduto del D’Enrico tutte le statue della cappella. Evidentemente alla sua epoca
era ancora vivo il ricordo dell’intervento del grande statuario per questa scena,
ma si era persa l’esatta conoscenza della parte limitata che gli spettava.
E quando furono aggiunte queste sculture? Certo vari anni dopo l’esecuzione
della xilografia del Coriolano, prima però di tutte le opere tarde del D’Enrico,
ad incominciare dalla cappella di Erode del 1627-28, citate nell’ultimo elenco di
pagamenti in cui le statue dell’Entrata in Gerusalemme non figurano. Dunque
in un lasso di tempo molto vasto che va dal 1609-10 circa al 1625-26.
Meno probabile mi pare invece l’ipotesi avanzata dal Galloni, che qualche
statua possa provenire dalla cappella della Deposizione dalla croce (1639) per
cui quelle eseguite originariamente dal D’Enrico erano sedici, delle quali due
vennero ben presto tolte per essere trasportate da qualche altra parte. Infatti ora
sono solo quattordici. Tuttavia le uniche due figure che potrebbero provenire
da questa cappella sono l’uomo col turbante ed il bambino che gli sta di fianco,
nella zona di fondo verso sinistra. Ma non guardano verso l’alto come dovrebbero se fossero state modellate per la Deposizione.
All’inizio del Settecento poi alcune delle vecchie in stucco erano in cattivo
stato e cosi venne richiesta l’opera dello scultore milanese Giuseppe Arrigoni,
autore anche del S. Carlo in preghiera nel sacello presso il Santo Sepolcro, che
assolse il suo incarico tra il 1721 ed il 23. La presenza di questo maestro lombardo al Sacro Monte ormai in pieno Settecento, rivela come, pur essendo la Valsesia entrata a far parte della stato sabaudo da ben un quindicennio, era però in
campo artistico ancor profondamente legata per lunga tradizione alla sua antica
capitale, e cioè all’area culturale milanese.
Quale sia stata la portata dell’attività dell’Arrigoni per la cappella dell’Entrata in Gerusalemme non è perfettamente chiaro. Stando al Galloni ed ai documenti da lui citati avrebbe rifatto due statue cadute e ne avrebbe restaurate
altre pericolanti. Ma dagli illustratori delle guide ottocentesche (Bordiga, Cusa,
Tonetti, ecc.), parrebbe invece che ne avesse aggiunte alcune nuove. Ed in realtà
confrontando la xilografia del Coriolano con la scena attuale appare evidente
che le due figure in primo piano a destra ed a sinistra, e l’ultimo apostolo sulla
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