innocenti trucidati, sempre in seguito alla visita del vescovo Bascapè. Il secondo
si verificò invece, come già si è detto, per le due statue di Adamo ed Eva.
La figura di Gesù infine, come abbiamo ripetutamente ricordato, che faceva parte del primo gruppo delle statue in stucco, perché quasi completamente sgretolata, venne rifatta nel 1893 dal varallese Carlo Vanelli ad imitazione di quella
originaria. Ciò nonostante risulta profondamente diversa come spirito. La testa
un po’ sproporzionata rende tozza e poco felice la figura; i panneggi rivelano un
modellato profondamente diverso da quello delle altre statue, non privo di un
certo impaccio, meno sicuro ed essenziale, più minuto, slegato e dispersivo, a
danno di una vera capacità di sintesi.
Non molto diverso dal problema riguardante la paternità delle sculture è
quello che si riferisce agli affreschi. La decorazione pittorica è sontuosa e solenne; l’ambiente, ben lontano dal rievocare l’interno di un’aula sepolcrale si
presenta come uno sfarzoso salone o un vasto atrio con ampie, illusionistiche e
profonde prospettive intervallate da pilastri scanalati reggenti una ricca trabeazione ornata da un fregio in cui si alternano mascheroni e cartigli mistilinei contenenti raffigurazioni in monocromo che meriterebbero di essere attentamente
analizzate. Tutto rivela un’aulica fastosità di gusto tardo manieristico piuttosto
inconsueta nel timido e provinciale Gian Giacomo Testa. A lui più vicina appare invece la vasta folla che urge d’ogni parte assiepandosi tumultuante con una
varietà di gesti, di espressioni, di costumi, di barbe, di manti, di turbanti, che
rivela nell’artista lo sforzo costante di superare se stesso, quasi di strafare, di dar
prova di tutte le sue possibilità e capacità.
Non mancano a completare l’insieme alcuni efficaci ritratti che qua e là spuntano tra la folla anonima, ma sempre ricca di una forte caratterizzazione. Vi sarà
tra essi anche l’autoritratto del pittore o almeno il ritratto di qualche ignoto
mecenate?
Come si è visto, nulla è stato detto dell’autore dai vari compilatori di guide
del Sei e Settecento, e privo di base è il nome di Fermo Stella che compare solo
nel 1829. Più plausibile invece è quanto dice il Bordiga nel 1830: «Questa cappella fu terminata nel 1582... mentre era fabbricere Lorenzo Testa, fratello del
pittore a cui si voglion dare questi dipinti». Purtroppo le uniche opere sicure
del Testa firmate e datate sono dei quadri su tavola o su tela, mentre gli affreschi
a lui assegnati sono solo tarde attribuzioni non documentate, come gli affreschi della cappella della Samaritana che ci paiono suoi e quelli del Figlio della
vedova di Naim che più probabilmente devono essere dell’Alfano di Perugia.
Resta pertanto impossibile dire una parola definitiva sulla paternità dei dipinti
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