sto. Ma dinnanzi a lui, nel mezzo dello spazio attrae l’attenzione il paralitico,
deposto sul suo materasso, nell’atto di sollevarsi al comando di Gesù, tanto da
diventare cosi il centro focale e morale di tutta la composizione. Le quattro corde con cui è stato calato e che attraversano arditamente in verticale tutta l’aula,
guidano lo sguardo verso l’alto, ove sopra un tavolato ligneo, a suggerire il soffitto della casa, compaiono i quattro uomini che lo hanno appena calato giù dal
tetto.
Ne risulta un’azione che pur svolgendosi necessariamente in due fasi, o meglio in due spazi sovrapposti, si risolve con geniale e felice intuizione in un esito
di efficace e sorprendente unità. Né del resto il D’Enrico era nuovo di fronte
ad un compito del genere, che già aveva qualche tempo prima risolto con esito quanto mai positivo, anche se di soluzione meno complessa, nella cappella
dell’Ecce Homo.
Le varie figure, modellate sempre con plastica energia, con intensa e spontanea vitalità di gesti e di pose, con espressioni forti, colme di profonda interiorità
morale, rivelano ancora una volta la potente carica umana del grande plasticatore alagnese.
Con questa intensa azione scenica svolta dalle statue si fonde in validissima
consonanza il ruolo retto dalla parte pittorica con non comune energia ed intensità di azione, anche se non raggiunge gli esiti assoluti delle cappelle in cui
Giovanni D’Enrico ha avuto come collaboratore per gli affreschi il suo fratello
Tanzio.
C’è da pensare che in quel periodo attorno al 1621 il Tanzio, terminata sul
Monte la cappella di Pilato che si lava le mani, sia stato chiamato per qualche
impegno lontano dalla valle, forse a Milano, dove certo non deve essere stata
breve la sua permanenza a giudicare dalle numerose opere che ancora vi si trovano, non solo ad affresco, ma anche su tela. Giovanni nel ‘21 si trasferisce ad
Oropa per modellare le statue di quel Sacro Monte, ed il fratello Melchiorre lo
raggiungerà non appena avrà terminato gli affreschi dell’oratorio di S. Marta a
Crevola, commissionati a proprio in quell’anno ed andati distrutti verso la fine
dello stesso secolo per erigervi al posto l’attuale chiesa parrocchiale. I D’Enrico
si tratterranno così lontano dalla valle per alcuni anni. Anche il Morazzone è
impegnato nello stesso tempo per il duca di Savoia nel castello di Rivoli. Perciò
l’incarico di affrescare la cappella del Paralitico viene affidato al Rocca, Cristoforo Martinolio di Roccapietra, già allievo del Morazzone quando eseguiva i
suoi grandiosi cicli pittorici al Sacro Monte per le tre cappelle dell’Andata al
Calvario, dell’Ecce Homo, e della Condanna a morte, compiuti in un ampio lasso
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Cappella - 15