ta, anche se liberata dal protiro originario, potevano convogliare luce sufficiente sulla scena posta al di là della bella grata lignea intagliata. Forse proprio per
questa ragione il Fassola credettte di poter individuare la mano di Melchiorre
d’Enrico negli affreschi poco visibili, determinando quell’equivoco durato fino
ad oggi. Si dovette quindi nel tardo Seicento pensare di rendere più luminoso
l’interno ingrandendo l’apertura di facciata. Si giunse così alla felice soluzione
di aprire le tre ariose arcatelle che costituiscono il caratteristico motivo dominante tutta l’architettura del tempietto, riecheggiante i ritmi gaudenziani della
celebre chiesetta di Loreto alle porte di Varallo, con un varco maggiore al centro, affiancato da due più piccoli, sorretti però non da una sola colonna, ma da
colonnine binate poggianti su di un unico plinto.
Vennero allora di conseguenza murate le due porte sulle pareti laterali. Il risultato di effetto molto gradevole, che conferisce un volto nuovo a tutta la costruzione, permise di poter gustare meglio la scena sacra ricca di tanti elementi
curiosi. Ma il provvedimento, come si è visto, dovette venir attuato piuttosto
tardi. Infatti nella veduta del Sacro Monte incisa dallo Sceti nel 1671, (l’anno
di pubblicazione anche dell’opera del Fassola) e nelle varie repliche la ristrutturazione non risulta ancora avvenuta, per cui se ne deve dedurre che sia stata
attuata solo negli ultimi decenni del Seicento. Anche la decorazione a losanghe
dei plinti reggenti le colonnine binate, riporta a quell’epoca. Per trovare però
la prima testimonianza sicura della cappella ridotta alla forma attuale bisogna
scendere fino alla planimetria del Sacro Monte eseguita dall’architetto Massone
circa un secolo dopo, nei 1772.
Forse dello stesso secolo sono i vivaci ed arguti medaglioncini a monocromo
nei sottarchi e lungo i tagli dei muri, opere di prestigio, anche se per ora di autore sconosciuto, mentre le grottesche molto raffinate di gusto pompeiano che
li circondano sembrano di epoca posteriore risalente alla prima metà dell’Ottocento.
È certo che sulle pareti dell’atrio compare più di uno strato di pittura: sotto
forse ancora quella originaria dell’Alfano, ed al di sopra dei rifacimenti presumibilmente ottocenteschi. Tali appaiono le due figure allegoriche sedute, in terra
verde, ossia monocrome, sul lato destro, raffiguranti forse la Penitenza e la Morte, che ricordano i l modo di fare del varallese Andrea Bonini, autore di varie altre
composizioni in chiaroscuro al Sacro Monte negli ultimi anni dell’Ottocento,
come nella cappella di S. Francesco ed in quella di S. Giuseppe nella Basilica.
Cosi, dopo tante, intricate vicende, la cappella raggiungeva la sua fisionomia
definitiva che ammiriamo oggi e che la rende una delle più interessanti ed attra135