nella sua bottega e quindi sotto la sua direzione, o dal fratello Melchiorre, che fu
anche suo collaboratore in scultura, o dall’allievo Giacomo Ferro.
Si completava cosi quel mitico “deserto”, popolato da un vero, piccolo serraglio, che rientrava nel gusto estetico e spettacolare dell’epoca per il suo elaborato manierismo, basti pensare alla celebre grotta con i tre gruppi di animali d’ogni genere del Giambologna nel giardino della villa di Castello a Firenze, gusto
che al Sacro Monte aveva già dato un’analoga testimonianza nella cappella di
Adamo ed Eva e traeva la sua ispirazione dai favolosi “bestiari” medioevali e dalle
notizie derivanti dalle recenti scoperte geografiche di lontani continenti.
Ma intanto erano stati eseguiti anche gli affreschi.
Come già si è accennato, infatti il 17 aprile 1599, con atto rogato dal notaio
Giovanni Battista Albertino di Varallo, essendo testimoni Gaudenzio Ravello e
Giovanni Tabacchetti, veniva dato l’incarico di dipingere la cappella al pittore
Domenico Alfano di Perugia.
Tutta la tradizione però, ad iniziare dal Fassola (1671) ha sempre assegnato
questi dipinti a Melchiorre d’Enrico il Vecchio, fratello dello statuario Giovanni e del Tanzio. Il che è in aperto contrasto con il contratto stipulato, come
si è visto, con l’Alfano. Bisogna inoltre tener presente che l’11 febbraio 1600
insieme al fratello Antonio (il celebre Tanzio) Melchiorre ricevette dal pretore
di Valsesia il salvacondotto per potersi allontanare dalla valle. Sembra dunque
estremamente difficile, per non dire impossibile, che nello spazio di appena dieci mesi, egli, a cui non era stato affidato l’incarico di dipingere la cappella, abbia
invece compiuto l’opera. Pare ovvio che se l’avesse dipinta lui l’avrebbe dovuto
fare a seguito di un altro contratto a noi sconosciuto e di epoca posteriore, cioè
dopo il suo ritorno in valle, che non sappiamo quando sia con esattezza avvenuto; la cosa sembra dunque estremamente improbabile.
In una lettera poi, molto più tarda, del 1633, inviata da Melchiorre al Vicario
Generale della diocesi di Novara per chiedergli il permesso di finire gli affreschi
della cappella di S. Francesco nella collegiata di Borgosesia, lasciati interrotti dal
Tanzio, morto da poco, e per chiedere il permesso di poter svolgere la sua opera
in tutta la diocesi, egli ricor da fra l’altro di aver dipinto “tre capelle osiano Misterii» sul Sacro Monte. E le tre cappelle sono: quella della Cattura, affrescata nel 1619, i Tre discepoli dormienti (rinnovata poi nel secolo scorso) e quella
dell’Orazione nell’orto, come ricordano molti autori, rifatta però con dipinti
dell’Orgiazzi verso il 1776-80, e nuovamente dal Morgari nel secolo scorso. Resta perciò esclusa quella della Tentazione.
In fine lo stesso stile dei dipinti della cappella, molto descrittivo e minuto, un
133