STILELIB(e)RO Racconti di periferia | Page 138

Dopo la camera 9 finirono di dare digiuni e indicazioni agli altri piccoli pazienti. Quindi, fu il momento del caffè. “È passato tanto di quel tempo. I miei colleghi sono tutti in pensione. Qualcuno è morto. Mio marito è morto. I miei genitori, da tempo , non ci sono più. Mia figlia non la vedo da secoli: è andata a sposarsi in America. Mio nipote non so nemmeno che faccia abbia. In quanto a me, cosa mi rimane, cosa sono? Probabilmente, una candidata alla minestrina della sera, una vecchia in balia di una pensione stupida”, si mise a riflettere tra un campanello e una flebo da cambiare. Si intristì. L’infermiera castana, era l’unica superstite di una stagione che ormai era trascorsa ineluttabilmente. L’arrivo di Rocco e Giorgia ne segnalò l’ultimo bagliore, l’ultimo ricordo. Poi sarebbe stato l’eclisse di tutto. Eppure, il loro arrivo portò un po’ di calore nella mente dell’anziana infermiera. In fin dei conti quei tempi li aveva vissuti con tanto entusiasmo per quel che faceva. Aveva realizzato la sua storia. Certo non era la Storia. Ma, con la maiuscola o la minuscola, le storie sono tutte importanti: gli operai che lavorarono al duomo di piazza Maggiore, nel 1400, furono probabilmente orgogliosi di prestare le loro mani a un’opera che sarebbe rimasta nei secoli. In quelle pietre, anche se non scritti, resteranno in eterno i loro nomi. Così come, nel suo reparto, senza alcuna didascalia marmorea affissa sul muro, resteranno tutti i nomi del personale che si è adoperato per rendere confortevole il passaggio di tutti quei bambini che la vita ha voluto mettere alla prova prima del tempo. E, quindi, nella pediatria sarebbe rimasto anche qualche segno del suo passaggio. Si ri