Dopo la camera 9 finirono di dare digiuni e indicazioni agli altri piccoli pazienti. Quindi,
fu il momento del caffè.
“È passato tanto di quel tempo. I miei colleghi sono tutti in pensione. Qualcuno è morto.
Mio marito è morto. I miei genitori, da tempo , non ci sono più. Mia figlia non la vedo da
secoli: è andata a sposarsi in America. Mio nipote non so nemmeno che faccia abbia. In
quanto a me, cosa mi rimane, cosa sono? Probabilmente, una candidata alla minestrina della
sera, una vecchia in balia di una pensione stupida”, si mise a riflettere tra un campanello e
una flebo da cambiare.
Si intristì.
L’infermiera castana, era l’unica superstite di una stagione che ormai era trascorsa
ineluttabilmente. L’arrivo di Rocco e Giorgia ne segnalò l’ultimo bagliore, l’ultimo ricordo.
Poi sarebbe stato l’eclisse di tutto.
Eppure, il loro arrivo portò un po’ di calore nella mente dell’anziana infermiera. In fin dei
conti quei tempi li aveva vissuti con tanto entusiasmo per quel che faceva. Aveva realizzato
la sua storia. Certo non era la Storia. Ma, con la maiuscola o la minuscola, le storie sono
tutte importanti: gli operai che lavorarono al duomo di piazza Maggiore, nel 1400, furono
probabilmente orgogliosi di prestare le loro mani a un’opera che sarebbe rimasta nei secoli.
In quelle pietre, anche se non scritti, resteranno in eterno i loro nomi. Così come, nel suo
reparto, senza alcuna didascalia marmorea affissa sul muro, resteranno tutti i nomi del
personale che si è adoperato per rendere confortevole il passaggio di tutti quei bambini che
la vita ha voluto mettere alla prova prima del tempo.
E, quindi, nella pediatria sarebbe rimasto anche qualche segno del suo passaggio.
Si ri