alieni. A farmi compagnia, lungo questo tragitto che mi divide
dalla serratura di casa, un programma radiofonico notturno: i
versi di un poeta rock sussurrati nell’etere si alternano a brani
feroci e anarchici che quasi cullano il mio animo inquieto, predisponendolo a un sonno ristoratore.
Ho imparato a non vomitare rabbia
mentre le parole e i corpi
sono ancora caldi.
Quanta saggezza!
La carta che uso per scrivere
non conosce segreti.
Litri di birra
come lacrime gialle
sul volto della notte.
E sfreccio impavido
su lingue d’asfalto
avvolto
da un’invincibile
spuma sobria.
La notte tiene a battesimo il mio risveglio dalla matrice lavorativa. Intravedo fuochi lontanissimi di probabili sommosse in
atto o di sagre inconsapevoli e allegre. Oscilliamo tra il dramma
di scelte radicali e impopolari, e la pace anestetica di chi, accontentandosi, gode. Il potere, quello stesso potere che prima ti
guarda dall’alto in basso e poi ti impone i suoi prodotti, almeno
per questa notte non mi avrà: mi conosce, sa bene dove dirigo
i miei passi in attesa dell’alba, ma farà finta di lasciarmi andare,
e io farò finta di aver vinto. La tracciabilità della mia esistenza
sociale rende vano ogni tentativo di ribellione attiva: anche un
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