intaccherà l’opera di espansione di una filosofia di vita accettata
da tutti: io rappresento solo una Bug, sostituibile nel giro di poche ore.
Guido sereno la mia auto verso casa immerso nella notte che avvolge le azioni eversive di questo ultimo giorno di lavoro nell’azienda mondiale della precarietà. Sono disoccupato, non importa, in un certo modo lo ero anche quando lavoravo al call
center. Non ho più nemmeno quella parvenza di lavoro ma ho
conquistato una nuova ricchezza perché ora, a differenza di ieri,
io so. E ritorno in stand by, in attesa di una nuova ricerca per
sopravvivere in questo mondo di disoccupati telespettatori. Sospeso tra le masse di esodati che vagano nelle zone periferiche
della non-morte sociale e quelli che hanno smesso di cercare il
proprio futuro perché sconfitti ancor prima di partire: vittime
di una scoraggiante autodiagnosi basata sulle informazioni di
regime.
La serenità derivante dalla convinzione di aver fatto la scelta
giusta rappresenta la mia liquidazione morale e mi godo la vista
delle luci metropolitane lontane e tremolanti nell’oscurità, delle
montagne illuminate dalla luce indiretta di una luna incompleta, dell’asfalto omogeneo e infinito dell’autostrada scannerizzato
dai fari abbaglianti della mia capsula di salvataggio. Nella corsia
opposta macchine costose e veloci sfrecciano verso feste che non
frequenterò mai. L’evoluzione a volte è sinonimo di solitudine.
Assisto dal vivo alla mia disperata e necessaria metamorfosi:
frammenti declamati nelle ore precedenti convergono alla fine
verso il punto logico del presente. Innocui flash-forward sparsi nel tessuto di una vita assurda mi traggono in salvo dal mare
dell’apparenza come ami poetici e casuali lanciati da pescatori
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