ti che incontro mentre mi dirigo verso l’uscita. Apro la porta
blindata, simbolo massiccio di un’asfissia legalizzata, e ripiombo
nel silenzio del corridoio senza finestre ma illuminato da luci
al neon ricoperte da escrementi di mosche e che porta nel parcheggio dell’azienda. Non esco all’aria aperta, non fuggo. Non
ancora, almeno. Seguo le indicazioni fornite dal mio navigatore anarchico che sussurra percorsi scomodi ma veri: prendo le
scale e mi dirigo negli inferi del call center, oltre il brusio della
televendita, oltre il piano terra della pubblicità cosciente, verso
l’ex vano caldaia del fabbricato, lì dove l’odore umido di muffa si
mescola a quello sopravvissuto del cherosene che ha intriso le
pareti.
‘Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri / non accontentarmi
di piccole gioie quotidiane...’ Lanciare avvertimenti verso gli incauti che confidano in pazienze inflazionate, segnalare pericoli di
crolli esistenziali, deviare il traffico interiore per non ferire nessuno... con stile. La proposta del nuovo destabilizza la visione pigra
dell’uomo senza idee. Gli stupidi non capiranno; le pecore umane
traviseranno la ricerca di nuove angolazioni e condanneranno la
libertà di chi non giace sui letti caldi dei predecessori. Almeno per
una volta.
I suggerimenti corsivi si fanno più insistenti e divento prepotente con me stesso. Mentre scendo le scale polverose e semioscure
verso il secondo piano interrato, ricordo i primi ‘test sulla pietà’
effettuati dagli aguzzini a carico della mia psiche con domande
ingannevoli: - Ti ha intenerito la voce di quella dolce vecchietta
al telefono, prima? E le punizioni bianche che seguivano alle mie ingenue risposte
sincere. Imparai presto a mentire, in fin dei conti la dolce vec43