e le illusioni delle orde di lavoratori-consumatori ipnotizzati da
un benessere irraggiungibile. La mancanza di devozione mi corrode dall’interno; lavorare facendo finta di crederci: questo è il
segreto.
Meravigliandomi per l’ennesima volta di quel vorticoso pollaio di
succulente proposte lanciate nella rete telefonica, avevo raggiunto con passo veloce, attutito dalla moquette blu del pavimento, la
mia postazione metamerica, il box numero 103, e avevo inserito
nel computer la password necessaria al conteggio personalizzato
delle preziose ore di lavoro. Decine di voci squillanti e teatralmente rassicuranti, intorno a me, riproponevano, intrecciandosi
l’un l’altra, ma ognuna seguendo miracolosamente un proprio
invisibile filo verso la meta contrattuale, un dialogo esistente tra
cliente e teleoperatore, testato dagli psicologi del marketing.
Tramonta il sole triste
d’inizio settembre
sui grigi parcheggi periferici
vuoti d’umanità vagante
tra lucenti vetri di bottiglia
e calme schegge di gioventù.
Sottofondo autostradale
per elettriche note di prova.
Le gru nel cielo rossazzurro
come plettri dolorosi
su anime solitarie
attendono il rock notturno.
Dall’alto della sua laurea in Scienze Politiche mai usata, il mio
vicino di box, inebetito dal turno di mattina che sta per terminare, m’invia un sorriso scialbo sperando in una mia amiche31