freddo venutogli improvvisamente meno.
Bill nell’alzarsi rovesciò il tavolo e con esso anche la sedia di Sheringam.
Il pistolero, ubriaco fradicio, non si accorse nemmeno che i suoi
vestiti stavano prendendo fuoco. Quando il dolore lo riportò alla
realtà era oramai troppo tardi per porvi rimedio.
Kenny era impietrito, osservava la scena incapace di comprendere: le fiamme avevano attecchito al bancone, a diversi tavoli e
alle spesse tende che rendevano il White Lady un saloon degno
di ambire al rango di bordello.
Il caos era totale, quel rogo non poteva avere origini naturali.
Il giocatore riportò lo sguardo sull’indiano, ma questo era sparito, forse l’ultimo a poter sfruttare l’uscita prima che una trave
vi crollasse innanzi sigillandoli in quella che sarebbe divenuta la
loro tomba.
Poi sentì un rumore secco, di legno andato in pezzi e un dolore
lancinante lo trafisse alla schiena.
Comete incandescenti piovevano dal tetto del saloon divorato
dalle fiamme.
Si ritrovò al suolo, il Fuoco che gli danzava fuori e dentro al corpo.
Il processo era stato uno dei più veloci mai celebrati in città.
La condanna a morte inflitta a causa della testimonianza del vicesceriffo Jo, unico scampato al rogo assieme al condannato, era
parsa a tutti una soluzione equa.
Poco contava che l’accusa fosse basata su una frase carpita da
Jo in quell’inferno di fiamme, mentre era intento a scappare, lasciandosi dietro tutto e tutti, sindaco compreso.
D’altronde era la parola di un uomo di legge contro quella di un
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