chiuse dietro di sé la portiera.
Fabian lo seguì con lo sguardo attraversare la strada polverosa e avvicinarsi a passo svelto verso la porta d’ingresso
del casolare. Notò con meraviglia che sopra lo stipite della porta vi era appeso un orologio di legno a cucù, e che le
due finestre al piano superiore erano aperte: dalla prima
una tenda bianca svolazzava pigra, alimentata da una leggera quanto improvvisa brezza, mentre dalla seconda filtrava
un lieve chiarore. Il capitano non riuscì a comprendere cosa
fosse, ma ipotizzò che si trattasse del riverbero del sole su
una qualche superficie di vetro, forse uno specchio.
Herr Schmidt arrivò alla porta.
Una volta riposto l’orologio nel taschino, Fabian scese dall’auto deciso a sgranchirsi le gambe. Si calzò il berretto in testa,
si aggiustò l’uniforme e prese a guardarsi intorno con circospezione.
Il borgo poco distante sembrava deserto, almeno nella parte
rivolta alla foresta dove si erano fermati. D’istinto si tastò
la giubba alla ricerca delle sigarette, ma dovette arrendersi
all’evidenza che le avesse davvero dimenticate.
Herr Schmidt prese ad armeggiare sulla serratura del casolare, deciso a scassinarla.
C’è troppo silenzio, pensò Fabian. E in quell’istante rimase
abbagliato da un improvviso riverbero del sole, riflesso ancora una volta da qualcosa all’interno della seconda finestra
aperta. Si schermò gli occhi con una mano, mentre una sensazione di pericolo gli scese lungo la schiena in un brivido
freddo. L’altra mano si posò sul fianco, slacciò il fermo della
fondina e accarezzò nervosamente il calcio della Lüger P08.
Fece un passo avanti per togliersi il riflesso dagli occhi e vide
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