chiata alle varie baracche mimetizzate con ampie tele verdi e fronde mimetiche. Mentre la macchina svoltava verso il
locale dove avrebbe a breve consumato una fugace colazione prima degli incontri ufficiali, Von Stauffenberg osservò in
lontananza il bunker dove tutto si sarebbe compiuto.
Sul viso impercettibilmente teso, non comparve alcun segno
di debolezza o ripensamento.
La determinazione e le convinzioni delle sue scelte gli si erano radicate nel profondo dell’animo.
20 luglio 1944, ore 11.20. Rastenburg, Prussia Orientale.
Avevano parcheggiato la Mercedes-Benz sul lato opposto
della stradina di campagna che costeggiava il retro del paese, di fronte a loro il casolare a due piani con il tetto rosso
spiovente. Erano rimasti nell’abitacolo per diversi minuti, in
silenzio, a sincerarsi che nessuno si fosse accorto di loro e
osservare la situazione.
Durante quel periodo d’attesa, in Fabian la tensione era man
mano scemata fino a scomparire del tutto; nella penombra
delle case circostanti aveva smesso persino di sudare. Si sentì inondato di un’inattesa e confortante calma interiore, dentro di sé la convinzione che sarebbe andato tutto per il verso
giusto. Con due dita seguì la catenella d’argento che pendeva dall’asola e le infilò nel taschino dell’uniforme, estraendone un orologio a cipolla. Era particolarmente affezionato
allo Jaeger Le Coultre, appartenuto a suo padre, combattente della prima guerra mondiale.
Aprì la cassa in argento e guardò l’ora: 11.22.
Come se il ticchettio dell’orologio gli avesse dato la sveglia,
Herr Schmidt scese improvvisamente dalla macchina e ri-
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