Capì.
Si diresse verso il Cubo e lo agitò, gridando per farsi udire dall’occupante. L’altro uomo non parve accorgersi di nulla. Andò verso
la porta, cercando di fuggire. La porta era chiusa, sbarrata da
una forza invisibile. Cercò ripetutamente di aprirla. Le finestre
di casa sua, purtroppo, erano molto piccole e non sarebbe riuscito a passarci.
Iniziò a mancare l’ossigeno. L’uomo se ne accorse e tentò di rovesciare dell’acqua all’interno del cubo. L’acqua non riuscì ad entrare nel l’oggetto, come se una pellicola trasparente lo coprisse.
Disperatamente si gettò sotto il tavolo. La vista gli si stava annebbiando. Il calore stava diventando insopportabile. Si gettò la
restante acqua sulla testa. Acqua ormai calda e imbevibile. La
pelle gli era diventata rossa e piccole bolle gli si gonfiavano sul
braccio e sulle parti scoperte. I suoi liquidi interni sarebbero arrivati al punto di ebollizione di lì a poco.
Ormai gli occhi non vedevano più.
Accasciato sotto il tavolo, l’uomo si maledisse per aver starnutito.
…
Niente, nemmeno l’accendino funzionava. Si chiese cosa mai
potesse contenere quel dannato Cubo. Si sedette e pensò ad altri
modi per aprirlo. Trapano, martello, aveva provato di tutto.
Gli venne sete. Si alzò per andare al lavandino e bere un bicchiere d’acqua.
L’acqua era bella fresca, dissetante.
All’improvviso l’Uomo starnutì.
Clack.
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