generale vanno a posizionarsi a una ventina di metri sopra la
testa del negromante, in modo da formare un cerchio perfetto.
Nessuno osa proferir parola, tranne Pitagora che bestemmiando
a denti stretti sguaina lo spadone e si guarda ossessivamente attorno; fiuta l’aria, come a stanare nemici invisibili che sembrano
annidati in ogni cespuglio o cavità del terreno. Ancora pochi
istanti e il buio cala come un martello da guerra, spazzando via
i già tenui riflessi lunari che hanno rischiarato la notte.
Meg non riesce a guardarsi il muso. Nitide alle orecchie, gli giungono le parole di rabbia dei guerrieri e sente il sibilo di frecce
che vanno a perdersi nel vuoto. Ringhia con quanta forza gli è
rimasta in corpo, con la tenue speranza d’infondere la disciplina
e il controllo necessari a impedire che qualcuno resti trafitto. Ma
il momento è di panico assoluto e persino il saggio capitano Megaris, discendente del Primo Cane, stenta ad imporre a se stesso
la calma. Riesce solo a percepire il profilo di un’ombra che cade,
colpita da altre ombre. Poi un lento trascinarsi d’ossa, come di
qualcosa che muove i passi dopo secoli di immobilità, che avanza
strisciando alle sue spalle. Uno stomachevole tanfo di putrefazione gli artiglia le viscere, ed è costretto a coprirsi il tartufo con
una zampa. Percepisce un rumore di catene pesanti, e la netta
sensazione che un oggetto contundente stia per calare sulla sua
testa. Un istante di dolore atroce e poi i sensi lo abbandonano,
dissolti come polvere del deserto spazzata via, nella notte.
Continua...
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