addormentato, ci tengo a farli contenti. Una piccola recita a
fin di bene. In genere poi succede che, a stare con gli occhi
chiusi, mi addormento per davvero, ma questa volta non
è stato possibile: sei venuto tu a fare un gran casino. Non
potevo restarmene di là, a letto, e fingere di non aver sentito.
Ora mamma e papà sono ad una cena, una specie di festa,
non so di preciso, una cosa da grandi. Il numero di telefono è
scritto su un foglio sul tavolino. Sono solo in casa, è una sera
speciale in un certo senso, una grande prova generale.
È la prima volta che mi lasciano senza baby sitter. Dicono
che di me si possono fidare, che sono grande e responsabile.
Proprio per non deluderli, non posso tornare a letto tranquillo
sapendo che tu sei qui, in salotto, sia pure legato. Dunque ora
li chiamo sul cellulare, saranno di ritorno in cinque minuti
se telefono. O chiamo mamma e papà o telefono alla polizia.
Vediamo allora cosa avrai da dire ai poliziotti, signor “renna
numero 428”.
Girò le spalle e si avviò a passi misuratamente lenti in
direzione dell’apparecchio telefonico poggiato sul tavolino
dove c’era anche il numero di cellulare della mamma. Nell’uno
e nell’altro caso Willy sarebbe stato fritto. Nonostante i suoi
bei voti all’Accademia.
Mai, in tutta la storia della Lapponia, una renna in missione
si era fatta beccare.
Non ci voleva molto a capire che, se pure li aveva, gli assi
nella manica non servivano a molto, in questo frangente.
La storiella di Babbo Natale da sola non sarebbe bastata.
Voleva prove, quel ragazzino.
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