finirai come Paul. Avresti un pessimo sapore. -
Si inarcò all’indietro, caricando il colpo con la mazza
da baseball. Allora scattai: distesi le gambe e le ruotai con
forza, colpendola dietro le ginocchia. Lei lanciò un urlo e
cadde al suolo, battendo la testa. Ebbi qualche istante per
strisciare verso la pala e strofinare il nastro adesivo che mi
serrava i polsi sull’orlo affilato dell’attrezzo, poi un colpo
sferrato con forza sovrannaturale mi scagliò lontano. Per
poco non persi i sensi, ma l’urto aveva rotto il nastro già
indebolito. Lasciai che si avvicinasse di nuovo, poi con
un calcio le spinsi addosso una montagna di scatoloni.
Mentre era ancora sepolta mi liberai le caviglie, poi presi
la pala e la colpii sul collo, usandola come con una spada.
Ripetutamente.
Chiamai la polizia. Quando si presentarono gli
agenti cercai di abbozzare una spiegazione razionale.
Fui arrestato. Ci fu un processo: la pubblica accusa
semplicemente non riuscì a convincere la giuria che uno
scrittore fallito come me avesse potuto far fuori tutta quella
gente, e per quanto incredibile potesse essere, alla fine la
colpa venne addossata a Megan. Venni liberato. Mentre ero
dentro, però, la casa editrice mi aveva licenziato per non
essere associata ad un caso di omicidio plurimo aggravato.
Ne fui felice, motivo per cui non accettai l’offerta di essere
reintegrato nello staff a innocenza dimostrata.
Nonostante i ricordi di quella notte mi perseguitino
tuttora, vivo la mia vita più serenamente. Ho rivalutato
la mia mancanza di talento nella scrittura: mi ha salvato
la vita, dopotutto. E quel che è meglio, Megan è morta.
Ma c’è una cosa che ancora non capisco. Perché Megan
sentiva il bisogno di pubblicare le storie di cui si nutriva?
Soprattutto l’ultima, così esplicita, chiaramente elaborata
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