precedente allo sparo. Se una scarica di terrore, o di voglia
di vivere o di quello che vi pare, mi colpisse in questo momento, potrei ancora anticiparlo e gettarmi a terra, per poi
sgattaiolare via approfittando dell’incertezza delle sue dita
insensibili. Ma c’è anche la possibilità che il rinculo dello sparo lo faccia sbilanciare all’indietro, la sua postura è tutt’altro
che salda, e questo mi consentirebbe di assalirlo e disarmarlo con estrema facilità.
Lo guardo negli occhi, senza sbattere le palpebre. La pistola trema ancora mentre la sua mano regge il nulla, un vuoto
a forma di rivoltella. Poi arriva lo sparo, assordante, netto,
talmente percepibile che potrei disegnarne i contorni nell’aria.
Ora siamo entrambi distesi a terra. C’è un alito di fumo
che aleggia su di noi, sale verso il soffitto e odora di polvere
bruciata. Siamo completamente immobili, figure speculari
riverse sul pavimento. La spalla destra mi fa un male cane.
Sollevo la testa quel tanto che basta per scorgere il suo corpo
inerme, e poco distante vedo anche la rivoltella, solitaria sul
pavimento, orfana di una mano che si allunghi per afferrarla. Poso le dita a terra per leggere il battito del suo cuore, ma
sul marmo freddo non viaggia nessuna vibrazione, nessun
movimento ritmico e tambureggiante che i polpastrelli possano tradurre in percezioni riconoscibili, nessun accenno di
movimento, nessun muscolo che si contragga per prepararsi all’azione.
Soltanto un grande silenzio.
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