RIVISTA DEL VETRO Ottobre 2026 | страница 63

Q ualche settimana fa i media hanno dato molto risalto alle dimensioni raggiunte dal debito sovrano statunitense. Lo hanno fatto perché è stato raggiunto e superato un livello che ha colpito anche la percezione del pubblico più distratto: 40 triliardi di dollari, pari al 124 % del Pil Usa, con mesi di anticipo sulle già preoccupanti previsioni dell’ Ufficio di bilancio del Congresso. Ma per gli economisti e soprattutto per i creditori di questa immensa montagna di debito il“ problema” era da tempo sotto speciale osservazione. È pacifico che questo debito non potrà mai essere ripagato e non potrà che crescere all’ infinito. Anche se la componente primaria, al netto degli interessi, dovesse smettere di crescere – ipotesi molto improbabile – basterebbero gli interessi a spingerlo sempre più in alto. Il debito obbliga il governo a pagare ogni anno fino a 1.400 miliardi di interessi. Che in 5 anni sono passati da zero a oltre il 4 %. Una emorragia, destinata ad aumentare, che toglie risorse al governo, alle imprese e alle famiglie.

Negli stessi giorni in cui i media davano notizia del traguardo dei 40 triliardi, il mercato dei bond americani subiva dei violenti scossoni, ciò che la finanza definisce un sell off: gli investitori vendevano i titoli Usa a vagonate, fino a far schizzare in alto i rendimenti e obbligare il governo a una mossa insolita, annunciare il riacquisto di un po’ di miliardi di bond per cercare di calmare le acque, soprattutto in vista delle elezioni mid term di novembre. Mossa insolita ma anche debole, perché il debito verrà riacquistato facendo altro debito. Infatti, questo non ha avuto altro effetto che acuire le preoccupazioni di chi detiene quantità significative di debito americano nei propri portafogli. E la notizia che il fondo sovrano norvegese, uno dei più grandi e ricchi del mondo, si appresta a ridurre in misura non indifferente la propria esposizione ha indotto molti grandi investitori a esaminare con sguardo più critico il contenuto dei propri cassetti. Nel mentre, le solite“ cassandre” che popolano il mondo degli economisti e degli investitori iniziano a paventare il rischio di una crisi finanziaria di fronte alla quale quella del 2007 sembrerebbe una mareggiata rispetto a uno tsunami. Non sarà una self-fulfilling prophecy, ma se esiste qualcosa che può scatenare una tempesta perfetta, non è la guerra, non è Hormuz, non è il prezzo del greggio e neppure le quotazioni astronomiche di Big Tech, ma è il crollo della fiducia dei mercati. Tutti sappiamo che è la fiducia a reggere il sistema del credito. Devo fidarmi che il debitore sia in grado di restituire il credito e pagare gli interessi. I bond USA sono stati considerati“ beni rifugio” per eccellenza, cioè a rischio zero. Questo spiega perché le riserve delle banche centrali di molti paesi siano tuttora investite pesantemente in dollari. Anche se per i debiti sovrani è chiaro che il capitale non sarà mai restituito, il debito deve essere sostenibile, cioè non deve portare il debitore al default( vedi Argentina). Il creditore deve avere visibilità su come il debitore intende gestire il debito in futuro.
IL QUADRO AMERICANO SI COMPLICA Questa percezione di zero rischio negli ultimi anni sta cambiando velocemente. La domanda è quanto il debito americano sia veramente sostenibile. Gli investitori lamentano una scarsa visibilità sulla governance fiscale americana. La scalata del deficit primario – cioè al netto degli interessi- sembra inarrestabile. Quest’ anno
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