RIVISTA CULTURA OLTRE - NUMERO 4 - APRILE 2020 RIVISTA CULTURA OLTRE - NUMERO 3 - MARZO 2020 | Page 7
corrosione dell’Io lirico tradizionale e del suo linguaggio. Questa poetica viene approfondita
nelle Occasioni (1939), dove alla riflessione sul male di vivere subentra una ‘poetica
dell’oggetto’: il poeta concentra la sua attenzione su oggetti e immagini nitide e ben
definite che spesso provengono dal ricordo, tanto da presentarsi come rivelazioni momentanee
destinate a svanire. M. ricercò una densità e un’evidenza simbolica del linguaggio,
portando a perfezione lo stile alto novecentesco, dove i termini rari o preziosi
si adeguano a esprimere l’irripetibile singolarità dell’esperienza. Dopo aver seguito studi
tecnici, si dedicò per alcuni anni allo studio del canto. Chiamato alle armi (1917-19),
prese parte alla prima guerra mondiale come sottotenente di fanteria. Legato ai circoli
intellettuali genovesi, dal 1920 ebbe rapporti anche con l’ambiente torinese, collaborando
al Baretti di P. Gobetti. Trasferitosi a Firenze (1927), dove frequentò il caffè delle
Giubbe Rosse e fu vicino agli intellettuali di Solaria, dal 1929 fu direttore del Gabinetto
scientifico-letterario Vieusseux, incarico da cui fu rimosso nel 1938 perché non iscritto
al Partito fascista (nel 1925 aveva aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti di B.
Croce). Svolse allora un’intensa attività di traduttore, soprattutto dall’inglese (da ricordare
il suo contributo all’antologia Americana di E. Vittorini, 1942). Iscritto per breve
tempo al Partito d’azione, collaborò con Bonsanti alla fondazione del quindicinale Il
Mondo di Firenze (1945-46). Nel 1948 si trasferì a Milano come redattore del Corriere
della sera, occupandosi specialmente di critica letteraria (e di quella musicale sul Corriere
d’informazione). Importanti riconoscimenti gli giunsero con la nomina a senatore
a vita (1967) e il premio Nobel per la letteratura (1975). Con la sua prima raccolta di
poesie (la già citata Ossi di seppia, pubblicata a Torino da Gobetti,) M. fissò i termini,
che sarebbero divenuti popolari, di una filosofia scettica e pessimista in cui il “male di
vivere” discende infallibilmente dalla inaccessibilità di ogni trascendenza. Nelle due raccolte
successive che probabilmente costituiscono il risultato più alto della poesia di M.
(Le occasioni, il cui primo nucleo è costituito da La casa dei doganieri e altri versi,
1932; La bufera e altro, 1956, che include anche i versi di Finisterre, 1943), a un approfondirsi
della crisi personale, cui non furono estranei i drammatici avvenimenti
dell’epoca, corrispondeva la ricerca di una densità simbolica e di un’evidenza nuove del
linguaggio, con la rinuncia a quanto di impressionistico e ingenuamente comunicativo
sopravviveva negli Ossi (nei loro modi di ascendenza pascoliana-crepuscolare, e vociana-ligure
secondo la linea Sbarbaro-Roccatagliata Ceccardi) e con il coraggioso riconoscimento
della inevitabile parzialità della rappresentazione e della inaccessibile privatezza
dei referenti.Prendeva forma così quella peculiare interpretazione montaliana
della lezione simbolista (per la quale si è parlato di “correlativo oggettivo” e il suo nome
è stato accostato a quello di Th. S. Eliot), che è altresì all’origine dello stile illustre novecentesco
proprio da M. portato a perfezione: una sorta di classicismo virtuale, in cui il
poeta riesce a fornire un equivalente (e non un’imitazione) delle forme chiuse e della
precisa definizione dell’enunciato, proprie della tradizione, e a far convivere l’aulico e il
prosaico in un processo di scambio delle rispettive funzioni, dove i termini rari o preziosi
naturalmente si adeguano a esprimere l’irripetibile singolarità dell’esperienza così come
le parole del linguaggio quotidiano e “parlato” si caricano di un più inquieto rapporto
con le semplici cose da esse designate. L’ultimo tempo della poesia montaliana, inaspettatamente
fecondo e cordiale, prende l’avvio da Satura (1971), in cui confluiscono anche,
con altre successive, le liriche del volumetto Xenia (1966), scritte per la morte della
moglie Drusilla Tanzi, e prosegue, come un’ininterrotta rivelazione, attraverso Diario del
’71 e del ’72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977) e Altri versi (1981), una raccolta
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