RIVISTA CULTURA OLTRE - NUMERO 4 - APRILE 2020 RIVISTA CULTURA OLTRE - NUMERO 3 - MARZO 2020 | Page 23
nieno….A cura delle quali infermità né consiglio di medico né virtù di medicina
alcuna pareva che valesse o facesse profitto anzi, o che la natura del
malore nol patisse o che la ignoranza de’ medicanti (de’ quali, oltre al numero
degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina
di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non
conoscesse da che si movesse e per consequente debito argomento non vi
prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra ’l terzo
giorno dalla apparizione de’ sopra detti segni, chi più tosto e chi meno e i
più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano. E fu questa pestilenza
di maggior forza per ciò che essa dagli infermi di quella per lo comunicare
insieme s’avventava a’ sani, non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche
o unte quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di
male: ché non solamente il parlare e l’usare cogli infermi dava a’ sani infermità
o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque
altra cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco quella cotale
infermità nel toccator transportare. Maravigliosa cosa è da udire
quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da’ miei non fosse
stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque
da fededegna udito l’avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità
della pestilenzia narrata nello appiccarsi da uno a altro, che non solamente
l’uomo all’uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece,
cioè che la cosa dell’uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca
da un altro animale fuori della spezie dell’uomo, non solamente della infermità
il contaminasse ma quello infra brevissimo spazio uccidesse. Di che gli
occhi miei, sì come poco davanti è detto, presero tra l’altre volte un dì così
fatta esperienza: che, essendo gli stracci d’un povero uomo da tale infermità
morto gittati nella via publica e avvenendosi a essi due porci, e quegli
secondo il lor costume prima molto col grifo e poi co’ denti presigli e scossiglisi
alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come
se veleno avesser preso, amenduni sopra li mal tirati stracci morti caddero
in terra.»Parlare di epidemie è sempre difficile perché anche l’epidemia è
sempre stato un tema delicatissimo nella storia della letteratura. E questo
perché l’epidemia rappresenta e simbolizza la nostra fragilità, il confine così
labile fra una vita sana e una vita insidiata dal male. Inoltre simbolizza la
differenza fra sicurezza e incertezza e rappresenta la mancanza, il dolore, il
vuoto. Molti perciò sono coloro che hanno scritto di epidemie e lo hanno
fatto con il proposito di voler indicare la profonda verità dell’uomo.
Apostolos Apostolou
Scrittore e docente di filosofia
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