RIVISTA CULTURA OLTRE LUGLIO 2026 - N.7 | Page 19

soglia: un’ esile vocina: basta aprire appena il battente. Non una porta spalancata, non una guarigione annunciata: solo lo spiraglio minimo che lascia passare l’ aria. Hanno lasciato che la lingua incespicasse, si fermasse, ripartisse, come un corpo che impara di nuovo a camminare dopo la caduta. In quella sintassi interrotta, in quei periodi isolati che sembrano pause di respiro più che frasi compiute, si deposita una speranza che non ha bisogno di dirsi tale per essere vera. Anche Alda Merini, che il manicomio non lo ha immaginato ma attraversato nella carne, ha insegnato che la parola poetica non deve promettere salvezza per essere abitata dalla speranza. Il primo verso de La Terra Santa, la raccolta nata dagli anni di internamento al Paolo Pini, è già una diagnosi più che una metafora: manicomio è parola assai più grande delle oscure voragini del sogno. Merini non cerca scampo al dolore, lo nomina; e in quel nominare, senza retorica di riscatto, si misura la stessa speranza nuda di cui dicevo: non promessa, ma fedeltà al reale. Basta che la parola non tradisca la ferita con un ottimismo di superficie perché la speranza vi trovi casa. La speranza, in questo senso, è prima di tutto una forma di fedeltà: al dolore che non si nasconde, alla marginalità che non si normalizza, alla memoria che non si rimuove per comodità di chi guarda. Mi capita spesso di pensare a un mio paziente che per mesi non ha detto una parola sul proprio futuro. Non un progetto, non un desiderio dichiarato. Solo, a un certo punto, una domanda sul mare: se in Sicilia l’ acqua del mare fosse ancora fredda a maggio. Non era solo una domanda sulla meteorologia. Era principalmente la prima soglia attraversata verso un altrove possibile, verso un tempo che tornava ad avere una geografia, un luogo dove tornare a immaginarsi vivo. Il mare, a ben pensarci, non consola solo con la sua bellezza. La sua funzione è anche di ricordare che esiste un limite oltre il quale la vista non arriva e che il limite dell’ orizzonte non è una promessa di approdo ma una linea che si sposta insieme a chi cammina. La speranza clinica assomiglia a questo orizzonte marino: non si raggiunge, si sposta con noi, e proprio per questo continua a orientare il passo anche quando il passo è incerto, anche quando è quasi immobile. C’ è una speranza retorica, gonfia di futuro, che promette resurrezioni immediate: è quella che meno mi convince, in clinica come in poesia. E c’ è una speranza nuda, che non alza la voce, che si accontenta di un giorno alla volta, di un sintomo che arretra di un millimetro, di un verso che finalmente si lascia scrivere dopo settimane di pagina bianca. Questa seconda speranza, dimessa e quasi impercettibile, è l’ unica che ho visto reggere, negli anni, il peso della sofferenza reale, senza tradirla con l’ entusiasmo di chi guarda da fuori. Viviamo però un tempo che confonde speranza con ottimismo, e ottimismo con rimozione. Si chiede ai sofferenti di essere positivi, come se la malattia, psichica o esistenziale, fosse un difetto di carattere da correggere con la volontà. Ma la speranza che ho incontrato nelle corsie, e quella che ho incontrato nei versi, non è mai stata volontaristica. È stata, piuttosto, una forma di pazienza attiva: restare nella ferita senza esserne consumati, senza però fingere che la ferita non ci sia. Forse la speranza, alla fine, non è altro che questo: la capacità di restare sulla soglia senza sapere quando, e se, la si attraverserà. Non è ottimismo. È una forma di fedeltà al tempo dell’ altro e al proprio. Una fedeltà che il clinico impara
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