BORDER-LINE: NOTE SULLA SPERANZA O DELLA SOGLIA A CURA DI CIPRIANO GENTILINO
Stiamo vivendo in un tempo di significativi cambiamenti spesso causa di ansie, preoccupazioni e sofferenze individuali e / 0 sociali. Lo sviluppo rapidissimo della tecnologia, che si accompagna ad un attacco alle nostre democrazie, i genocidi praticati da popoli che ne hanno sofferto, le guerre che irrompono in un periodo narrato in pace, o comunque in cerca di una pace possibile, caratterizzano infatti gli aspetti negativi di questo periodo storico nella nostra Europa e del nostro Mediterraneo. In questo contesto si fà sempre più spesso ricorso alla parola speranza ma non sempre con un significato appropriato o con un senso relazionale di profondo rispetto dell’ altro. In psicologia / psichiatria e in poesia l’ uso è incisivo e ci può aiutare a comprenderne un significato più complesso della semplice invocazione o del rapido incoraggiamento. La speranza è una parola che in psichiatria si maneggia con sospetto. Chi ha attraversato i corridoi lunghi delle istituzioni totali, le porte doppie, il tempo fermo dei manicomi che Basaglia volle aprire, sa che la speranza distribuita dall’ alto, quella prescritta come fosse terapia, è spesso la forma più raffinata della violenza. Si dice al ricoverato: guarirai, abbi fiducia. E in quella fiducia imposta si consuma un’ ultima espropriazione: il diritto di disperare secondo i propri tempi, con il proprio corpo, nella propria lingua. Eppure la speranza esiste. Resiste in un luogo più modesto, meno oratorio: non nella promessa, ma nella soglia. È la differenza tra dire tutto andrà bene e restare, senza parole, sulla porta di una stanza dove qualcuno non sa ancora se vuole attraversarla. Basaglia lo aveva capito prima di molti: la cura non garantisce un esito. Restituisce, semmai, uno spazio dove il futuro torni a essere suo— incerto, personale, non amministrato da altri, non certificato da una diagnosi. La speranza clinicamente onesta non consola. Non alza la voce. Sta accanto, per lo più in silenzio, e misura i passi di chi ha davanti passo dopo passo, senza mai correre oltre la soglia di tolleranza dell’ altro. È un’ attesa senza garanzie, ed è proprio l’ assenza di garanzia a renderla vera. Ciò che si offre come certezza è già menzogna terapeutica; ciò che resta aperto, sospeso, imperfetto, è ciò che permette all’ altro di abitarlo. La poesia conosce questa stessa sospensione da sempre, e forse meglio della clinica. Non a caso i poeti del Novecento che meglio hanno detto la ferita,( penso ad Amelia Rosselli, che in Serie ospedaliera raccoglie gli anni tra due ricoveri in una sintassi spezzata, esitante, che rifiuta la consolazione della forma chiusa) non hanno mai promesso nulla al lettore. In un verso resta tutta la misura di quella
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