RIVISTA CULTURA OLTRE LUGLIO 2026 - N.7 | Page 13

Ed è a questo punto che si verificarono quelle piccole e curiose situazioni alle quali ho accennato all’ inizio. Entrai nell’ edicola della piazza centrale di Montereale Valcellina e, quando chiesi una cartolina, vidi la distinta proprietaria, una signora di mezza età, quasi sbiancare. Mi guardò esterrefatta, come se avesse davanti un marziano. Poi si riprese e, dopo aver cercato a lungo, me ne porse una dicendo: « È fortunato. È l’ unica che mi è rimasta. Non so nemmeno come sia finita lì. Ormai non le compra più nessuno: da anni non si spediscono più cartoline. Adesso ci sono i telefonini.» Annuii, ringraziai e chiesi anche un francobollo. « Noi, pur essendo anche tabaccheria, non li vendiamo più. Deve andare all’ ufficio postale, proprio qui di fronte.» Salutai e uscii con la mia cartolina, ormai divenuta una piccola rarità. Attraversai la piazza ed entrai in posta. Allo sportello mi accolse con cortesia una giovane impiegata che, alla richiesta di un francobollo, rimase quasi visibilmente sorpresa. Senza dire una parola, ci scappò spontaneamente un lieve sorriso reciproco. Un tempo vendere francobolli per lettere e cartoline era un’ attività quotidiana e normalissima. Ora, evidentemente, non lo era più. Tanto che la giovane impiegata non ne aveva nemmeno nel proprio cassetto e dovette assentarsi, scusandosi, per recarsi in un’ altra stanza, forse addirittura nell’ ufficio della direzione. Quando tornò aveva con sé un intero foglio di francobolli destinati alle cartoline: erano così belli che, per un momento, fui tentato di prenderne uno in più da conservare come ricordo. Sembrava che tutto fosse finalmente risolto. E invece ecco un’ altra complicazione: dove incollare quel francobollo, tanto grande, senza coprire parte del testo già scritto sulla cartolina? Nel frattempo si era avvicinata, incuriosita, anche un’ altra impiegata e, dopo vari tentativi e qualche consiglio reciproco, il francobollo trovò finalmente la sua collocazione. « La spediamo noi », mi dissero. Io, dentro di me, pensai soltanto:“ Speriamo bene … e che arrivi davvero a destinazione in tempi ragionevoli.” Prima di riprendere la mia vecchia automobile passai ancora un po’ di tempo seduto sulla panchina davanti al Duomo, leggendo uno dei Racconti di Sarajevo di Ivo Andrić, con le sue magistrali descrizioni delle stranezze che si consumavano sul confine tra Oriente e Occidente, all’ epoca delle invasioni ottomane. Nel mio piccolo, anch’ io ero reduce da una serie di singolari, seppur modeste, stranezze: la scomparsa delle cartoline e dei francobolli, lo spaesamento di persone gentili davanti a richieste che un tempo sarebbero state normalissime. Tutto questo proprio nella cittadina dove, secoli fa, un simpatico mugnaio fu perseguitato, processato e infine mandato al rogo, come accadeva alle streghe. Posso dire, in conclusione, di aver trascorso due ore davvero piacevoli. Anche perché ho avuto la sensazione che il caro eretico Menocchio vivesse ancora fra
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