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per sé produttività. Conta certamente quanto si investe, ma soprattutto dove si investe, come vengono organizzati investimenti e lavoro e quale capacità ha un sistema economico di trasferire risorse verso le attività e le imprese più produttive. Come è possibile che negli ultimi cinque lustri l’ Italia non sia riuscita a sfruttare tutte queste opportunità per aumentare in misura significativa il valore prodotto per ogni ora lavorata? Se per venticinque anni governi diversi, maggioranze diverse, più generazioni di imprenditori, sindacati e istituzioni hanno osservato crescita e produttività ristagnare senza riuscire a cambiare traiettoria, possiamo ancora considerarlo semplicemente il risultato di una successione di politiche sbagliate? Oppure esiste una rappresentazione collettiva della realtà che continua a produrre decisioni incompatibili sia con la modernità sia con l’ aumento della produttività? Una stagnazione così lunga non può essere spiegata da una singola causa, né può essere attribuita semplicemente all’ alternarsi dei cicli economici o dei governi: le radici del problema sono più profonde. Va inoltre sottolineato che se il valore reale prodotto per ora non cresce, diventa estremamente difficile sostenere una crescita duratura dei salari reali. È quindi necessario spostare l’ attenzione dalle conseguenze alle cause e interrogarsi su quali caratteristiche culturali del sistema economico italiano abbiano impedito alla straordinaria opportunità degli ultimi decenni di tradursi in un corrispondente aumento della produttività.
ALLE RADICI DI UN PROBLEMA COLLETTIVO
Non c’ è praticamente nessuno in questo Paese che non abbia contribuito, direttamente o indirettamente, alla sua bassa produttività. Stato, imprese, lavoratori, professionisti, sindacati, associazioni di categoria: nessuno può chiamarsi fuori. L’ elenco potrebbe essere molto lungo, mi limito ad accennare alle cause più macroscopiche non necessariamente in ordine d’ importanza che hanno contribuito a non fare dell’ Italia un paese moderno:
• Dimensione d’ impresa L’ Italia ha poche grandi imprese. A parità di dimensione le nostre aziende non necessariamente vanno peggio delle concorrenti. Il problema è che troppe rimangono piccole: per incapacità, convenienza o volontà.
• Investimenti Non conta soltanto quanto si investe, ma dove. Automazione, ricerca, software e produzioni ad alto valore aggiunto non equivalgono a denaro immobilizzato in attività obsolete, improduttive o di comodo.
• Management Qualità delle decisioni, selezione della classe dirigente, professionalizzazione delle imprese familiari, capacità di visione per anticipare i cambiamenti invece di subirli. La tecnologia si compra. La capacità di utilizzarla no.
• Stato e burocrazia Giustizia, fisco, autorizzazioni, regolazione, infrastrutture, energia. Ogni ora e ogni euro impiegati per risolvere una complicazione inutile sono sottratti alla produzione di valore. Troppi livelli decisionali e regolatori spesso sovrapposti moltiplicano tempi e responsabilità senza creare alcun beneficio, anzi sottraendo risorse.
• Conservazione delle rendite Un sistema produttivo sano sposta denaro e persone verso chi crea più valore. Noi troppo spesso abbiamo preferito proteggere chi già c’ era, anche quando non aveva più ragione economica di esserci.
• Digitalizzazione Non significa trasferire moduli, timbri e procedure dallo sportello a uno schermo. Significa eliminare passaggi inutili, ridurre tempi e semplificare processi. Noi siamo riusciti persino a digitalizzare la burocrazia.
• Lavoro Organizzazione, competenze, assenze, rigidità, permessi retribuiti. Alla fine, il conto è spietato: non importa quante persone lavorano, ma quanto valore viene prodotto nelle ore effettivamente lavorate.
Bessent ha ragione: dal problema del debito si esce solo crescendo. Ma se continuiamo a confondere crescita con spesa, occupazione, fatturato o debito aggiuntivo, continueremo semplicemente a finanziare la nostra stagnazione e quindi l’ impoverimento complessivo di aziende e cittadini. Una crescita sana ha un solo fondamento duraturo: produrre più valore con le stesse risorse. E questo significa aumentare la produttività. Vero è che siamo nel paese dove sembra ancora valere la regola del Gattopardo:“ Se vogliamo che tutto rimanga com’ è, bisogna che tutto cambi”. Dopo venticinque anni perduti, sarebbe ora di cominciare a cambiare seriamente.
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