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Osservazioni sulla lettera Filosa-Blume alla Commissione europea
La missiva inviata all’ Unione dagli amministratori delegati dei due maggiori colossi automobilistici è stato un segnale forte dopo anni di silenzi inspiegabili. Tuttavia, non ha saputo incidere nei punti nevralgici del problema: in sintesi l’ inutilità della riduzione delle emissioni oltre l’ Euro 6 e la necessità di contingentare le importazioni di auto dalla Cina. Non si può vincere una competizione squilibrata con“ l’ arma del non detto”. Serve più coraggio perché in ballo ci sono milioni di posti di lavoro, un PIL essenziale per l’ Europa e l’ autonomia industriale in materia di mobilità. È stata occasione sprecata?
di Andrea Taschini
Il 5 febbraio è stata pubblicata sui principali organi di stampa europei una lettera firmata dai due più importanti CEO dell’ industria automobilistica del continente, Antonio Filosa e Oliver Blume, in vista dei rilevanti correttivi attesi su una legislazione che, nei fatti, sta producendo effetti recessivi e strutturali su un settore strategico come quello della mobilità. L’ iniziativa è in sé meritoria, soprattutto dopo anni di silenzi da parte delle case automobilistiche europee sull’ intero impianto del Green Deal; tuttavia, in più di un passaggio ha peccato di eccessiva prudenza nel tentativo di mantenersi entro un perimetro istituzionalmente accettabile ma troppo politically correct, evitando di affrontare in modo esplicito le cause fondamentali della crisi che sta investendo l’ intero ecosistema automotive. Il punto non è la richiesta di flessibilità, né la modulazione dei tempi, il nodo è decisamente più profondo e voglio in questo articolo proporvi un mio punto di vista sul documento. La questione non riguarda un problema di calendario regolatorio, ma di architettura normativa. Vediamone insieme i punti principali.
1. La divergenza dei sistemi valoriali
Il documento si apre correttamente ricordando la centralità dell’ automotive in Europa: una filiera che occupa circa 13 milioni di persone e con l’ 8 % del PIL contribuisce in modo significativo alla ricchezza dell’ Unione. Viene inoltre evocata, seppur con prudenza, la divergenza tra il modello europeo e quello delle aree extra-UE( senza mai nominare la Cina), che oggi controllano le filiere critiche dell’ auto elettrica, pur descrivendone implicitamente il perimetro industriale. Il punto decisivo, tuttavia, rimane sospeso perché, a legislazione e vincoli europei invariati, l’ Europa non potrà replicare filiere altrettanto efficienti né sul piano quantitativo né su quello qualitativo. La questione non riguarda soltanto l’ accesso alle materie prime, è più profonda, riguarda il sistema operativo industriale. Energia strutturalmente più costosa, minore integrazione verticale delle catene del valore, limiti agli aiuti di Stato, tempi autorizzativi più lunghi, standard ambientali e sociali che l’ Europa considera identitari- e che infatti lo sono- ma che generano asimmetrie quando il concorrente opera senza disciplina del capitale, con un robusto
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