PARTS Maggio 2026 | 页面 110

Management

Manifesto pubblicitario vintage di Pirelli
Il caso Pirelli
Se la competizione globale per energia, tecnologia e catene di approvvigionamento è il vero motore della complessa fase storica che stiamo attraversando, allora il caso Pirelli- Sinochem( azionista a capitale cinese) non rappresenta un’ eccezione, ma una conferma. Ciò che fino a pochi anni fa veniva considerato un normale equilibrio tra azionisti- apertura del capitale, integrazione internazionale, accesso a mercati e competenze- oggi si trasforma in un punto di frattura. Il motivo è semplice: gli stessi fattori che stanno ridefinendo gli equilibri geopolitici stanno entrando dentro le imprese. Nel caso Pirelli, il conflitto è chiaro: da una parte il blocco di maggioranza cinese, dall’ altra quello più composito italiano che converge su un punto e cioè quello di evitare che il controllo industriale e tecnologico possa essere condizionato e condiviso da un soggetto palesemente esterno al perimetro strategico occidentale. L’ intervento dello Stato italiano attraverso il Golden power per limitare l’ influenza di Pechino, non è una scelta difensiva isolata, ma l’ effetto diretto di un cambiamento più profondo e cioè la sovrapposizione tra sicurezza nazionale e strategia industriale a cui si aggiunge un elemento concreto: la necessità prioritaria di preservare l’ accesso al mercato americano. Quando tecnologia, dati e accesso ai mercati diventano elementi sensibili, anche la governance perde neutralità e con essa perde neutralità anche il capitale. Quello di Pirelli non è certamente un caso isolato, ma è esemplificativo di una dinamica che riguarda un numero crescente di imprese europee e della loro incapacità oramai conclamata di mantenere un equilibrio tra sistemi che stanno diventando sempre più politicamente incompatibili.
Evitare intrecci pericolosi
In questo contesto, il punto non è più se la competizione tra Stati Uniti e Cina continuerà a intensificarsi, ma come essa evolverà e impatterà sulla governance delle imprese. Per anni è stato possibile muoversi su entrambi i fronti sfruttando opportunità complementari, ma oggi quello spazio si è ridotto drasticamente. Due elementi meritano particolare attenzione. Il primo riguarda l’ apertura del capitale e del tessuto industriale europeo a soggetti riconducibili al perimetro cinese. Non si tratta più soltanto di attrarre investimenti, ma di valutarne le implicazioni in termini di controllo, accesso alla tecnologia e incompatibilità con l’ alleato americano. Il secondo riguarda il coinvolgimento diretto delle imprese europee sul mercato cinese. In un contesto in cui industria, tecnologia e catene del valore sono strumenti di politica economica, una presenza eccessivamente esposta può trasformarsi da opportunità a vincolo, soprattutto in scenari di
Bruxelles non ha compreso che il suo punto più critico non è più soltanto la relazione tra Stati Uniti e Cina, ma la posizione delle sue imprese che operano tra questi due sistemi
Marco Tronchetti Provera, presidente del gruppo Pirelli dal 1995 all’ ottobre 2015, AD dal 1992 al 2023 e dal 2015 vicepresidente esecutivo
crescente tensione internazionale. A questi elementi si aggiunge un dato molto sottovalutato: la struttura degli scambi. L’ Europa registra con gli Stati Uniti un avanzo commerciale nell’ ordine dei 100 miliardi di dollari, mentre con la Cina presenta un disavanzo che supera stabilmente i 350 miliardi in una spirale di preoccupante crescita( Italia + 30 % di importazioni cinesi nei primi mesi 2026). Non si tratta di un dettaglio statistico. È un forte indicatore della nostra convenienza e, soprattutto, della natura pericolosa delle nostre crescenti dipendenze da Pechino. Infine, sarebbe un errore leggere questa dinamica come il prodotto di una singola fase politica americana. La postura degli Stati Uniti nei confronti della Cina non è contingente, ma strutturale. Attraversa amministrazioni diverse e riflette una linea strategica destinata a rimanere a lungo. In questo scenario, il doppio posizionamento non è più una strategia. È un rischio che può compromettere l’ accesso ai mercati per noi più importanti e la credibilità e il valore delle nostre imprese.
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