PARTS Dicembre 2025 | Page 75

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rinnovabili, che non riescono per motivi intrinsechi alla loro stessa natura a soddisfare la domanda. I numeri sono significativi: i nuovi datacenter, essenziali per un paese che vuole rimanere industrialmente all’ avanguardia, consumeranno 55 GW aggiuntivi in tutto il paese di cui l’ 80 % concentrati nel nord e il 55 % nella sola Lombardia per circa 30 GW( Grafico 1). Sono un numero più che doppio rispetto ai 12 GW programmati per l’ istallazione di rinnovabili, che ovviamente si portano dietro i ben noti problemi di intermittenza non programmabile e senza contare ovviamente la crescita del fabbisogno energetico in altri ambiti. Appaiono così ancora indispensabili le fonti fossili, in attesa che il governo si decida a far partire la costruzione di centrali nucleari, ma nel frattempo la ricerca di idrocarburi e l’ implementazione di strutture per il loro utilizzo non deve cessare, anzi, lo Stato deve finanziare e incrementare i fondi per queste attività fondamentali.
2. La spaventosa macchina produttiva dell’ auto cinese
Nel recente convegno di Parts tenutosi a Roma nel mese di novembre, ben due relatori hanno menzionato come l’ attuale produzione di autovetture in Cina sia di 30 milioni di unità ma, cosa assolutamente sorprendente e allarmante, la capacità installata dei 109 produttori di auto legati a Pechino, sia tra i 50 e 60 milioni. Faccio notare che Europa e Stati Uniti producono congiuntamente circa 27 milioni di auto e per dare un quadro più completo, la produzione mondiale si attesta intorno ai 90 milioni. Questo significa che in assenza di una reale e consistente politica che limiti con dei contingenti le importazioni di auto dalla Cina, l’ industria dell’ auto europea verrà spazzata via in pochi anni. Ne varrà la politica delle nicchie di lusso ed extra lusso, perché la presenza di massa critica del sistema industriale è indispensabile per mantenere competitivo il settore anche sulle gamme alte. Già gran parte della produzione del ricambio è stata delocalizzata in Asia, ragion per cui se mancasse il volume di primo equipaggiamento, il sistema non reggerebbe più la sostenibilità delle logiche economiche. Gli Stati Uniti, che piaccia o non piaccia, sono già corsi ai ripari rendendo di fatto impossibile vendere auto cinesi sul proprio territorio e anche case auto come Tesla hanno vietato proprio in queste ore ai propri fornitori di approvvigionarsi in Cina. Il sistema valoriale cinese è troppo differente e non è compatibile con quello occidentale, sia sotto il punto di vista umano e del diritto del
lavoro sia sotto il punto di vista economico per via dei bilanci opachi delle proprie aziende ma soprattutto a causa delle fortissime sovvenzioni statali peraltro vietate in Europa. Si parla da tempo di una possibile se non probabile esplosione della bolla“ elettrica cinese” e ciò getterebbe nel caos non solo la Cina ma tutto il settore automotive mondiale. D’ altra parte la pericolosità di un paese con un miliardo e mezzo di abitanti che in 25 anni è diventato la seconda economia mondiale, era chiara e ineludibile anche ai più sprovveduti: come è stato possibile permettere che l’ Occidente non prevedesse una deriva di così enormi proporzioni?
3. No microchip, no party
L’ Unione europea vuole a tutti i costi l’ auto del futuro: legifera su un’ auto connessa, fornita di sensori ovunque, con 70 centraline che la governano, mentre sta per regolamentare persino quella autonoma: il tutto ovviamente funziona con i microchip che però l’ Europa importa quasi nella totalità da Cina e Taiwan con tutti i gravi rischi che conosciamo, ma per la burocrazia di Bruxelles è solo un dettaglio di poco conto. L’ episodio dell’ azienda olandese Nexperia di proprietà cinese, appena nazionalizzata dal governo dell’ Aia proprio per
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