PARTS Aprile 2026 | Page 80

Management

Andamento del mercato ETS 2018-2026( fonte: Refinitiv)
spingendo capitali e capacità produttiva verso contesti più favorevoli. Chi innova impone standard di fatto; chi non innova tenta di imporli ex ante. Nel primo caso si esercita potenza, nel secondo si costruisce un’ illusione di controllo. L’ Europa, negli ultimi anni, ha progressivamente scambiato questa illusione per una strategia con le ben note conseguenze negative sulla creazione di ricchezza e favorendo una deindustrializzazione sistemica.
Obiettivi poco realistici
Pigramente e con molte resistenze soprattutto da parte dei paesi del nord Europa, è ben noto che l’ Unione ha incaricato Mario Draghi di redigere un’ agenda che cercasse di risolvere i problemi di scarsa competitività e di stagnazione economica. Trascurando il fatto che l’ agenda fin ora è stata molto citata ma mai implementata, appare in essa come un paradosso il progetto di resuscitare la manifattura e portarla dal 14 % al 20 % sul PIL. Un obiettivo in sé assolutamente corretto, ma del tutto incompatibile con le linee guida politiche su cui oggi si regge
“ L’ innovazione non si lascia imporre per decreto e un eccesso di vincoli finisce per svuotare l’ industria della sua funzione, spingendo capitali e capacità produttiva verso contesti più favorevoli”
l’ Unione. Non si tratta infatti solo di un problema di volontà o di tempi di esecuzione,( ritengo che a Bruxelles siano in tanti ad opporsi) ma di coerenza sistemica. L’ Europa pretende di rilanciare la produzione industriale mentre ne aumenta strutturalmente i costi, ne irrigidisce il quadro regolatorio e ne riduce la capacità competitiva sui mercati globali. I dati lo confermano con chiarezza: nei primi mesi del 2026 le importazioni di manufatti dalla Cina sono cresciute in modo significativo, mentre la base industriale europea continua a contrarsi. Nel solo settore automotive, i licenziamenti si contano ormai in decine di migliaia, esito diretto di scelte politiche che hanno progressivamente indebolito la sostenibilità economica della produzione. La crescita industriale non si può conciliare con una decarbonizzazione così accelerata, perché l’ accumularsi di vincoli normativi e ambientali hanno determinato un aumento strutturale dei costi che espongono le imprese europee ad una competizione asimmetrica, con economie che non adottano gli stessi parametri. In questo contesto, il sistema ETS rappresenta il caso più emblematico. Nato come strumento ambientale, si è progressivamente trasformato in un moltiplicatore del costo industriale europeo raggiungendo livelli speculativi oramai palesemente insostenibili( vedi grafico). L’ Unione finisce così per tassare esattamente ciò che dichiara di voler espandere e cioè la crescita manifatturiera. Il risultato non è la transizione, ma la delocalizzazione: il sistema produttivo che esce dall’ Europa, le emissioni che si spostano ipocritamente altrove e una crescente dipendenza industriale esterna.
Élite disallineate alla realtà e inadeguate?
Il problema dell’ Europa non è la mancanza di diagnosi, è che le diagnosi vengono formulate dagli stessi ambienti intellettuali ed istituzionali che hanno prodotto il paradigma oggi in crisi: temo che sarà difficile se non impossibile chiedergli una soluzione rapida e radicale. Alla fine, la realtà si scontra sempre con un fatto elementare: l’ industria non è un’ opinione, è un conto economico. Se produrre in Europa costa di più, l’ industria se ne va sempre e senza eccezioni. Non esiste regolazione che possa impedirlo, non esiste principio che possa compensarlo, non esiste nemmeno una volontà politica che possa rovesciarlo. Si può tassare, vincolare, imporre, rallentare ma non si può obbligare un sistema economico a produrre in perdita. Gli impianti si stanno svuotando, gli investimenti si stanno riposizionando e le competenze seguono il capitale e quando il capitale se ne va, torna molto raramente. A quel punto non si parla più di transizione, ma di sostituzione, non più di sostenibilità, ma di perdita di capacità e soprattutto non si parla più di scelta, perché quando i numeri non tornano, non c’ è più nulla da decidere. Un’ area economica può scegliere di correre più a lungo e più lontano degli altri, oppure può limitarsi a correre la corsa degli altri. Nel secondo caso il problema non è arrivare secondi, è quello di esaurire l’ ossigeno prima del traguardo ed è ciò che metaforicamente sta facendo l’ Europa. ■
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