Management
L’
Unione europea è il perfetto esempio di una strategia che eccede i mezzi di cui dispone e che, avendo confuso gli strumenti con i fini su più di un livello, ha finito per credere che regolamentare significhi innovare. Il risultato è stato opposto a quello dichiarato: non una maggiore forza economica e industriale, ma una progressiva perdita di centralità e una deindustrializzazione sempre più evidente. Nel tentativo di esercitare una leadership normativa su scala globale, l’ Europa ha speso risorse, tempo e capitale politico su obiettivi spesso marginali o collocati in ambiti in cui il suo peso reale era inconsistente. Così facendo, ha perso contatto con le dinamiche effettive della competizione internazionale. Oggi non è più chiaro di cosa voglia essere leader, se il suo modello non rappresenta più- ammesso che lo sia mai stato davvero- un punto di riferimento per la comunità internazionale. Quello che fino a pochi anni fa appariva come un declino ancora potenziale è ormai un processo in atto. E il rischio è che, protratto nel tempo, si trasformi in oblio, esattamente come accadde all’ Italia del XVI secolo.
Il cambiamento del linguaggio
Allan Bloom, nel suo saggio“ La chiusura della mente americana”, sosteneva che un cambiamento d’ epoca si manifesta come crisi e mutazione del linguaggio: le parole ereditate dall’ epoca precedente non riescono più a descrivere la realtà in cui si vive. Quando un apparato di governo non è più in grado di cogliere questo passaggio e continua a usare accenti ormai desueti, non interpreta più il mondo, ma lo fraintende radicalmente. È in questo modo che un intero continente può scivolare ai margini della storia senza nemmeno accorgersene. Ascoltando gli uomini simbolo delle istituzioni europee si ha la sensazione di assistere alla rappresentazione di un’ epoca che non esiste più, che continua a riprodurre sé stessa attraverso riti autoreferenziali, formule ripetute e categorie che non riescono più a nominare la realtà. Le imprese, invece, vivono immerse nel pragmatismo del quotidiano, in un contesto sempre più competitivo, e non riuscendo più a interfacciarsi con questo universo linguistico e burocratico maturano una forma di sbandamento che si traduce in ritirata: meno investimenti, dismissione o delocalizzazione delle attività produttive, messa in sicurezza dei propri capitali. Nel frattempo, Bruxelles continua a rispondere a ogni perdita di competitività con nuova regolamentazione, altra burocrazia e ulteriore pressione fiscale, contribuendo ad accelerare il processo che dovrebbe contrastare ed è per questo che una gigantesca crisi identitaria sta cogliendo impreparata l’ Unione.
Imbrigliare l’ industria per decreto
Se si osserva questa dinamica con uno sguardo meno contingente, emerge con chiarezza un elemento strutturale. Come
Il filosofo americano Allan Bloome, autore del saggio“ La chiusura della mente americana” ha sottolineato Peter Thiel, le società che smettono di innovare tendono a sostituire la produzione di progresso con la sua regolamentazione. Quando non si è più in grado di generare tecnologia, crescita e nuove forme di organizzazione industriale, si tenta di governarne gli esiti attraverso norme, standard e vincoli, nella convinzione che l’ ordine possa sostituire la creatività. È esattamente ciò che sta accadendo in Europa: alla progressiva perdita di capacità innovativa non ha fatto seguito una revisione del modello, ma un suo irrigidimento. La regolazione è diventata non più uno strumento, ma un fine: centinaia di burocrati a Bruxelles promulgano migliaia di regolamenti solo per giustificare la propria esistenza. Si è affermata così l’ idea che definire standard equivalga a guidare il progresso, che anticipare per via normativa l’ evoluzione dei mercati possa sostituire la capacità di determinarla. Ma l’ innovazione non si lascia imporre per decreto, e un eccesso di vincoli finisce per svuotare l’ industria della sua funzione,
L’ imprenditore e politico tedesco naturalizzato statunitense Peter Thiel
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