Operation Flashpoint - Climate Fiction 2010 | Page 132

13. Taking your time (parte 2) Si chiamava Katjuscia od una roba così, a me sembrava di averla già vista da qualche altra parte; lei era medico nelle forze della CSI ma quando era stata adolescente, diceva che le piaceva ballare, aveva fatto pure danza classica. Aveva la mattinata libera, così andammo sulla spiaggia a fare quattro passi. Portò il kit per l’iniezione e me la fece direttamente lei, non voleva che andassi in infermeria. Mi raccontò che i feriti che transitavano dall’ospedale erano pochi perché durante le azioni di guerra le forze Alleate avevano preso l’abitudine di non curare i nemici, questi venivano lasciati sul posto a morire. La cosa l’avevano iniziata le truppe nemiche violando il trattato di Ginevra, quindi il carico di lavoro per i medici Alleati e Russi era ridotto. Le dissi che dato l’intensità della violenza degli scontri, non capivo come mai nell’ospedale ci fossero stati così pochi feriti. Disse che i feriti che arrivavano vivi con le eliambulanze erano quantitativamente pochi perché oltre il 75% moriva durante il trasporto. Scontri violenti,armi letali, ospedali piccoli e distanti, la stabilizzazione dei feriti gravi era poco utile. In effetti dietro ad un costone c’era un cimitero di dimensioni enorme, con migliaia di croci di legno. Cambiai discorso e le chiesi se le andava di fare il bagno, prendere il sole, ma lei disse che non si era portata il costume, io non mi sarei scandalizzato, ma lei ridendo mi dette del pirla!. Mi piaceva quando sorrideva, aveva due graziosi dentini a coniglietta che le davano un’aria sbarazzina. Provai a baciarla ma lei mi dette uno schiaffo, allora mi scusai e le dissi che sarei andato a fare un bagno. Quando uscii dal mare, se n’era andata via. Restai a crogiolarmi al sole, a fumare una cicca ed a nuotare. Nel primo pomeriggio tornai sulla spiaggia a godermi il mare ed il relax, ma Katjuscia non si fece vedere. A cena mentre mangiavo il rancio che tra l’altro era molto buono, Lei si sedette accanto a me. Disse che la dovevo scusare, non era una di quelle… insomma, era anche nervosa!. Anche se ci aveva fatto il callo, non le piaceva mai veder la gente morire ed oggi erano arrivati 4 eliambulanze. Era frustrante quando si perdevano pazienti con i quali si era speso tutto il pomeriggio a cercare di tenerli in vita in terapia intensiva, poi d’un tratto ZAC, una complicazione inattesa poi si finiva per dilavare il lavoro di un’intero giorno. Ascoltai in silenzio, non sapevo che dirle. Le raccontai dei miei sensi di colpa che provavo, in specifico l’inferno di Lamentin, le colpe che pensavo di tirami dietro per scelte errate in azione. Continuavo a chiedermi se facendo altre scelte avrei potuto migliorare gli esiti a Lamentin. Poi, era da lungo tempo che di notte spesso avevo gli incubi, mi svegliavo tutto sudato e fissavo per ore il soffitto della tenda. Altre volte avevo improvvisi vuoti di memoria, cioè proprio non mi ricordavo tutte le missioni a cui io avevo partecipato, era come se il mio cervello le avesse cancellate, ricordavo solo quel poco che avevo appuntato nel mio diario. Per non parlare dei volti e nomi di tutti quelli che erano morti sotto i miei ordini, non ne ricordavo più nemmeno uno. PTSD disse Katjuscia, Post Traumatic Stress Disorder, parola elegante per dire che anche l’uomo che non è ferito, in realtà rimane traumatizzato 132