13. Taking your time (parte 2)
Si chiamava Katjuscia od una roba così, a me sembrava di averla già vista da qualche
altra parte; lei era medico nelle forze della CSI ma quando era stata adolescente,
diceva che le piaceva ballare, aveva fatto pure danza classica. Aveva la mattinata
libera, così andammo sulla spiaggia a fare quattro passi. Portò il kit per l’iniezione e
me la fece direttamente lei, non voleva che andassi in infermeria. Mi raccontò che i
feriti che transitavano dall’ospedale erano pochi perché durante le azioni di guerra le
forze Alleate avevano preso l’abitudine di non curare i nemici, questi venivano
lasciati sul posto a morire. La cosa l’avevano iniziata le truppe nemiche violando il
trattato di Ginevra, quindi il carico di lavoro per i medici Alleati e Russi era ridotto.
Le dissi che dato l’intensità della violenza degli scontri, non capivo come mai
nell’ospedale ci fossero stati così pochi feriti. Disse che i feriti che arrivavano vivi
con le eliambulanze erano quantitativamente pochi perché oltre il 75% moriva
durante il trasporto. Scontri violenti,armi letali, ospedali piccoli e distanti, la
stabilizzazione dei feriti gravi era poco utile. In effetti dietro ad un costone c’era un
cimitero di dimensioni enorme, con migliaia di croci di legno. Cambiai discorso e le
chiesi se le andava di fare il bagno, prendere il sole, ma lei disse che non si era
portata il costume, io non mi sarei scandalizzato, ma lei ridendo mi dette del pirla!.
Mi piaceva quando sorrideva, aveva due graziosi dentini a coniglietta che le davano
un’aria sbarazzina. Provai a baciarla ma lei mi dette uno schiaffo, allora mi scusai e le
dissi che sarei andato a fare un bagno. Quando uscii dal mare, se n’era andata via.
Restai a crogiolarmi al sole, a fumare una cicca ed a nuotare.
Nel primo pomeriggio tornai sulla spiaggia a godermi il mare ed il relax, ma
Katjuscia non si fece vedere. A cena mentre mangiavo il rancio che tra l’altro era
molto buono, Lei si sedette accanto a me. Disse che la dovevo scusare, non era una di
quelle… insomma, era anche nervosa!. Anche se ci aveva fatto il callo, non le
piaceva mai veder la gente morire ed oggi erano arrivati 4 eliambulanze. Era
frustrante quando si perdevano pazienti con i quali si era speso tutto il pomeriggio a
cercare di tenerli in vita in terapia intensiva, poi d’un tratto ZAC, una complicazione
inattesa poi si finiva per dilavare il lavoro di un’intero giorno.
Ascoltai in silenzio, non sapevo che dirle. Le raccontai dei miei sensi di colpa
che provavo, in specifico l’inferno di Lamentin, le colpe che pensavo di tirami dietro
per scelte errate in azione. Continuavo a chiedermi se facendo altre scelte avrei
potuto migliorare gli esiti a Lamentin. Poi, era da lungo tempo che di notte spesso
avevo gli incubi, mi svegliavo tutto sudato e fissavo per ore il soffitto della tenda.
Altre volte avevo improvvisi vuoti di memoria, cioè proprio non mi ricordavo tutte le
missioni a cui io avevo partecipato, era come se il mio cervello le avesse cancellate,
ricordavo solo quel poco che avevo appuntato nel mio diario. Per non parlare dei volti
e nomi di tutti quelli che erano morti sotto i miei ordini, non ne ricordavo più
nemmeno uno. PTSD disse Katjuscia, Post Traumatic Stress Disorder, parola
elegante per dire che anche l’uomo che non è ferito, in realtà rimane traumatizzato
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