vengo da una terra di mezzo
di raffaele tedesco
Vengo da una terra “di mezzo”. Un posto dove il mare e la montagna hanno rapporti di buon vicinato. Che sta, davvero, in mezzo, come una “linea”. Linea che separa “geopoliticamente”, il Centronord dal Sud. Che divideva i Borboni dai Papi, gli americani dai tedeschi, per via della “Gustav”, i latini dal resto degli italici. E dove anche il dialetto è “mediano”, affine più al salentino e al siciliano, che al napoletano, con cui confina. È la vecchia “Terra di Lavoro” o Bassa Ciociaria, luogo che non fa mai ostentazione di se, dei suoi saperi e delle sue bellezze. Trovare un lavoro, però, non è più così facile. La Cassa del Mezzogiorno è un lontano ricordo e la Fiat non più una granitica certezza; così che, post laurea, mi trovai a fare l’operaio in una azienda di gelati. In nero, purtroppo. Bisognava cambiare registro. Ed allora, scelgo Bologna, dove in quel momento viveva il più caro amico dei tempi dell’Università, Piero, che prima di me aveva fatto i bagagli, per iniziare la sua carriera da operaio in un parcheggio. Una valigia in macchina, con accanto una cassetta piena di viveri per un mese, il cui contenuto alimentare identifica, più di una carta di identità, la tua provenienza. E si parte, con “strumentale” alta velocità, per cercare di non “tradurre” sentimenti semplici come la paura del distacco. Siamo bamboccioni, disse qualcuno! Ma beato te, mi verrebbe da rispondere! Dicevano che Bologna fosse tanto, ma tanto “grassa”. Immaginavo una sorta di “trickle down” con venature sociali. O, perché no, socialiste! E poi, vuoi mettere che Guccini ne parla come “una vecchia signora dai fianchi un po’ molli col seno sul piano padano ed il culo sui colli”!
Peccato che Piero, appena io mi immetto su via Stalingrado con l’auto, mi dice che lui è stato trasferito a Reggio Emilia. Cade la mia prima certezza, ancor prima di iniziare. Però, mi lascia per un mese la sua casa, con affitto già pagato. L’amaro rimane, ma con minor problemi di equilibri di bilancio.
Stampo, a “scrocco” da un amico, qualche centinaio di curricula, ed inizio il mio giro della speranza in tutte le agenzie del lavoro di Bologna. Giro che, a cerchi concentrici, si allarga a tutte le zone industriali della provincia, con trasferte fino a Modena, Parma e Reggio.
Ne consegno centinaia anche “brevi manu”. E sono tutti gentili: ”Grazie tante, le faremo sapere”. Qualcuno mi dice che ho un curriculum “sbilanciato”. Allora, per rientrare nel peso, faccio fuori laurea e master, lasciando solo esperienze lavorative da operaio, e ricomincio. Ma le fortune non sono, come si suol spesso dire, alterne. No, hanno il carattere della fissità, invece.
Un giorno, però, entro nell’ennesima agenzia per il lavoro. Consegno il mio c.v. “omissivo”, ed inizia il rito stanco del colloquio. Questa volta, però, il mio interlocutore ha una caratteristica diversa: ha più di quarant’anni e non è uno stagista, tanto da scoprire l’altarino della fraudolenta omissione curricolare in pochi secondi, dicendo che è stato il mio buon “italiano” a far cadere la copertura. Ho ripensato per un attimo alla mia cara maestra.
Cerco una via di uscita da un impasse che sembra ferale, ma senza cercare difese compassionevoli e ricorrendo a tutte le armi “sociologiche” che conosco. In fondo, che colpa ne ho io se ero laureato?
Il selezionatore capisce evidentemente la situazione. Alza il telefono, ed un’ora dopo sono a fare un colloquio con l’amministratore delegato di un centro servizi bancario. Serviva un impiegato notturno.
Evidentemente, aveva letto qualche bignamino sulla selezione del personale, e dopo un’ora di confronto serrato, se ne esce con la classica frase: ”Ora, mi facci lei una domanda”. Mi viene quasi spontaneo chiedere ad un uomo un po’ pieno di se, e che sapeva che il mio curriculum era falso: ”Ma per lei, e rispetto al lavoro per cui cercate una risorsa, è un problema che io sia laureato?”(speravo, di metterlo in difficoltà, lo ammetto). Mi disse, e non poteva fare forse diversamente, che non era un problema. E mi assunse. A tempo determinato, con turno notturno fisso e part-time. Un successone.
Mi vennero in mente le parole di un nostro ministro del lavoro, secondo il quale “la precarietà è una vaga condizione mentale”. Sarà……..
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