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photo © Francesca Piovesan
che superò l’ esame tiflologico – cioè la verifica della leggibilità del braille su materiali diversi dalla carta – fu realizzata proprio su un pezzo di amaranto.
Le sue opere di luce permettono al pubblico di determinare intensità e colore. Perché? Perché l’ opera deve vivere con le persone, non imporsi: mi diverte vedere come il pubblico giochi con la mia luce, creando sfumature e combinazioni anche audaci. È come regalare una tavolozza con cui raccontarsi, o raccontare un momento. Detto questo, nelle opere più recenti – Braillight Eclissi – ho scelto una luce più ovattata e tremula, perché le ho pensate in relazione al tema della torcia olimpica: un punto di riferimento flebile e al contempo eterno.
Perché questo titolo? L’ eclissi è un punto di passaggio tra vedere e non vedere. Visivamente e concettualmente, queste opere“ fanno eclissi”: due dischi neri, affiancati o sovrapposti come corpi celesti, mettono in scena un occultamento, una luce che non si offre in modo diretto ma si lascia intuire, temporaneamente nascosta. Come in un’ eclissi, però, il buio non coincide con l’ assenza: è l’ ombra a generare rivelazione. La luce riaffiora attraverso le stelle e l’ oscurità diventa una soglia percettiva. È in questo spazio intermedio che amo lavorare: trasformare limite e buio in presenza.
Sbaglio o la poesia è centrale nel suo lavoro? Amo le parole degli altri, perché io sono una persona di poche parole. Col tempo, parlare del mio lavoro mi ha costretto a parlare di più, ma non è qualcosa che mi viene spontaneo. L’ arte dovrebbe essere raccontata da altri – curatori, critici. Gli artisti dovrebbero parlare con le opere. Al massimo, dare indicazioni tecniche o chiarire le intenzioni.
Intenzione o impulso? Azione o concetto? Le mie opere nascono spesso di notte, verso il mattino, mentre sono a letto e penso e ripenso. A un certo punto arrivano dei flash – non a caso due opere si chiamano proprio così. È un vero fiat lux, ma per me è solo
sopra / top I limiti non esistono, opera di Fulvio Morella, 2025, esposta nella mostra Cortina di Stelle. Braille Stellato su tessuto / I limiti non esistono, work by Fulvio Morella, 2025, on display in the Cortina di Stelle exhibition. Star Braille on fabric
a destra / right Dove la luce( Pupilla di Ungaretti), opera di Fulvio Morella, 2026, tratta dalla copertina appositamente disegnata dall ' artista per LUCE. Braille Stellato su tessuto / Dove la luce( Pupilla di Ungaretti), work by Fulvio Morella, 2026, taken from the cover, specially designed by the artist for LUCE. Star Braille on fabric
l’ inizio: necessario, ansiogeno. Poi però ho bisogno di dare senso a quell’ intuizione e trasformarla in azione. Quando, durante un viaggio in moto, in un mercato nel villaggio degli artisti in Bretagna, scoprii la storia del bambino geniale Louis Braille, capii subito che il suo alfabeto sarebbe diventato arte attraverso il mio legno. Ma ho impiegato un anno a capire come farlo. Lo stesso è accaduto con il Braille Stellato: sei mesi tra idea e realizzazione. Perché le idee possiamo averle tutti. L’ arte è trasformare un’ idea in una forma reale che possa restare nuova e attuale il più a lungo possibile, forse per sempre. Non è facile, ma è l’ augurio che mi faccio e lo stimolo che mi muove.
Ama le stelle? Per me le stelle sono tutto: dai sogni dei bambini al Piccolo Principe, dalle stelle cadenti a quel cielo che, in montagna, dove vivo, è ancora davvero buio di notte. Ma la stella è anche altro: è l’ idea che un punto, ingrandito all’ infinito, possa assumere una forma. È il riferimento alle divise militari e alle bandiere, perché il braille nasce come linguaggio militare, prima che Louis Braille lo trasformasse da linguaggio delle armi in luce, in alfabeto, in strumento di conoscenza per chi non vede.
Le stelle in copertina sono un omaggio a Ungaretti, con una poesia meno celebre ma molto intensa, Dove la luce. Perché? In questo momento, più che nominare la luce, sento il bisogno di muovermi verso di lei. In Ungaretti c’ è un verbo che per me è decisivo:“ vieni”. Non è un’ idea astratta, non è una luce fideistica: è un invito, quasi una chiamata, che passa attraverso l’ affetto e l’ empatia. È una speranza concreta, umana, che ci si ripete perché esista davvero: arrivare a una luce che è pace, insieme alle persone che si amano, nonostante la precarietà del presente e le tristezze che, prima o poi, attraversano tutti. Lo sento come un augurio di pace profonda che faccio a me stesso e che vorrei condividere. E anche per questo ho scelto di dare alle stelle i colori della luce: alternando luce calda e fredda, insieme, come convivono – senza annullarsi – la differenza e la complessità. photo © Sabino Maria Frassà
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