Sala Fontana . Museo del Novecento Milano . © Comune di Milano photo © Thomas Pagani
Alla scoperta della Light Art
di / by Jacqueline Ceresoli
Chi ? Che cosa ? Dove ? Quando ? Come e perché ? Queste sono le domande fondamentali affrontate nella rubrica di Light Art su Luce , che nel tempo ha fatto chiarezza sulle sue potenzialità espressive ed estetiche di un linguaggio germinante . La luce è l ’ essenza della conoscenza e dell ’ immaginazione e la rubrica Light Art nel ripercorrere , numero dopo numero , le modalità della luce artificiale di trasformarsi in materiale artistico nel secondo Novecento , in primis ha superato la barriera tra tecnica e arte , idea e progetto , aprendo la strada all ’ investigazione di processi di collaborazione tra interno ed esterno , passato e presente , individuale e collettivo . La Light Art comprende nello strumento tecnologico l ’ essenza stessa della modernità dal neon agli algoritmi , fino alle installazioni ‘ crossmediali ’ del presente . Opere o installazioni volte a creare nuove visioni , sguardi laterali , come rivelazione dell ’ inatteso , l ’ invisibile , racchiuse in sorprendenti forme plastiche luminose con l ’ introduzione di nuovi sofisticati sistemi multimediali , al fine di alterare la percezione dello spazio di forte impatto scenografico .
Il padre della Light Art italiana è Lucio Fontana che nel 1951 realizza la sua prima Struttura al Neon per la IX Triennale di Milano : un tubo bianco sinuoso , sospeso al soffitto di sfondo blu giottesco dello Scalone del Palazzo dell ’ Arte di Milano . Da allora il neon galvanizza le successive generazioni di artisti ; è un materiale luminoso e versatile , adatto per declinazioni minimaliste , poveriste , pop e concettuali per interni ed esterni , e la luce ovunque teatralizza lo spazio . I primi anni Sessanta sono caratterizzati da un fermento creativo e produttivo nell ' architettura e nel design , in cui il vedere e creare coesistono , nell ’ intreccio tra arte e design , con la introduzione di elementi dinamici quali la luce e il movimento per materializzare forme cinetiche . Nel 1962 in Italia si viveva nell ’ euforia del boom economico , Adriano Olivetti , promuove una mostra a Milano nel Negozio Olivetti in Galleria Vittorio Emanuele dal titolo Arte Programmata . Arte Cinetica . Opere moltiplicate a cura di Bruno Munari , Giorgio Soavi e Umberto Eco . Questa mostra ripresentata a Venezia e a Roma , poi in Europa e negli Stati Uniti , introduce la luce e gli effetti cinetici nella ricerca degli artisti avanguardisti , che in questi anni prediligono condividere sperimentazioni di nuovi linguaggi in gruppo . Partecipano il Gruppo T , nato nell ’ aula di Achille Funi all ’ Accademia di Brera , sull ’ eredità futurista nell ’ ambito delle lezioni di Guido Ballo e il Gruppo N , attivo a Padova . In quegli anni gli artisti considerano la realtà come un continuo divenire di “ fenomeni ” che noi percepiamo nella variazione . Dal 1964 al 1968 , Lucio Fontana e Nanda Vigo collaborano per la realizzazione di ambienti effimeri in cui la luce è la protagonista . Dal 1964 Dan Flavin adopera tubi al neon anche colorati di fredda modularità minimale . Bruce Nauman dal 1966 inizia a utilizzare il neon , sfruttando le caratteristiche in varie maniere tra cui le scritte . Dal 1967 in Italia anche Maurizio Nannucci assembla luce e colore nelle installazioni al neon incentrate sulla dialettica fra immagine e parole , fra la dimensione visiva e semantica , in cui pensare e conoscere si uniformano in un unico linguaggio e spazio . Così farà Joseph Kosuth dal 1968 e Mario Merz che introduce il neon nelle sue installazioni assemblato a diversi oggetti e materiali poveri . Sono tra i maestri di
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