¶ EPIFANIE DI LUCE
La luce e il buio nel ritratto di James Joyce da giovane
di Empio Malara
Photo © Michele Crosera
Alla vigilia della prima guerra mondiale, mentre insegna inglese a Trieste, James Joyce( 1882-1941) completa il libro dei suoi ricordi giovanili. Pubblicato nel 1916, Dedalus è il terzo libro dopo Chamber Music( Musica da Camera) e Dubliners( Gente di Dublino) nel quale Joyce descrive scrupolosamente la realtà di Dublino e di Clongowes, la città e il collegio dove visse e studiò fino ai vent’ anni, durante il periodo di transizione dalle lampade a olio a quelle elettriche. Tra i pochi grandi temi trattati nel testo, Joyce privilegia la luce e il buio, un tema che invade il racconto dando a esso un colore, una tonalità che accende l’ orizzonte tetro della prima metà del Novecento. L’ indagine minuziosa della luce che Joyce compie in Dedalus ha come matrice il buio:“ Sì – afferma Joyce – non era buio che cadeva dall’ aria. Era luce”. E aggiunge, riferendosi a un verso del poeta Nash( 1567-1601),“ Cade luce dall’ aria”. Una caduta della luce certo dissimile da quella messa in scena quest’ anno nello spettacolo di video-arte presentato nel teatro La Fenice di Venezia da Fabrizio Plessi, dove, improvvisamente, dopo il buio cade una luce bianca che illumina i calchi della memoria esposti in platea sotto lo sguardo degli spettatori stipati nei palchi e stupiti dalla bellezza della luce. Joyce non vuole sorprendere il lettore, limita il suo compito alla ricostruzione fedele e distaccata, molto spesso ripetitiva,
Fabrizio Plessi, Fenix DNA, Teatro La Fenice, Venezia 2017
Pubblicità su The Egoist per il libro di Joyce, 1917 / Advertisement for Joyce ' s book on The Egoist, 1917 dello spettacolo della luce e del buio. Da osservatore colto e curioso, educato dai Gesuiti a concentrarsi, a ripensare ai propri pensieri, Joyce usa spesso alcune parole come freddo, pallido, grigio, soffice, pesante, quieto, silenzioso, per rivelare la luce e il buio e, senza riferimenti sentimentali, anche il crepuscolo. Se si analizza la sua descrizione dell’ aria della sera“ pallida e fredda” che termina nella luce“ grigia” mentre i ragazzi giocano al calcio è facile capire che la luce è la cornice del gioco, la cronaca dell’ episodio della partita prevale sul crepuscolo:“ L’ aria della sera era pallida e fredda e dopo la carica e il tonfo dei giocatori, la sfera di cuoio infangato volava come un uccello pesante nella luce grigia”, scrive Joyce. Non vi è nell’ evocazione della sera di Joyce nulla di estetistico o di nostalgico. E anche quando, raramente, Joyce si mostra sensibile alla luce, al suo calore affettivo, lo fa al condizionale:“ Sarebbe stato meglio essere nella sala di studio che non là fuori nel freddo” nota Joyce.“ Il cielo era pallido e freddo, ma nel castello c’ erano le luci”, concludendo poi la frase ammettendo la sua sensazione,“ Dava calore vedere le luci nel castello”.
EPIPHANIES OF LIGHT / LUCE 322 19