Arculino lo Scapricchione e Pitro di Bblasiandò.
Essi, dopo aver fatto l’occhiolino a Mostaccione, avevano
invitato Nicola a mangiare con loro. Il ghiottone non se lo era
fatto ripetere e Pitro, che offriva la mangiata perché voleva
festeggiare il suo onomastico, aveva ordinato un bel mazzo di
quella grazia di Dio. Ma mentre per loro i pezzi di carne erano
belli magri, per Nicola erano stati ricavati dal grasso rancido ed
erano stati salati più del normale. Così, mangia un’arrostella,
mangiane due, mangiane tre, la sete cominciò a farsi sentire. E
siccome la cantina stava lì vicino, furono fatti portare uno dietro
l’altro parecchi boccali di vino. A berli tutti, manco a dirlo, fu
Nicola; che per la sbornia non si reggeva in piedi.
Quando volle provare a incamminarsi verso il Farindolese,
dopo neanche un centinaio di passi fatti sbandando a destra e a
manca, cadde come un masso e si addormentò.
Allora ’Nzelmzuccio e i suoi compagni lo sollevarono di
peso, lo caricarono sopra un carretto e si diressero fuori
Montebello. Però, invece di voltare per il Fanindolese,
piegarono verso la chiesetta di Santa Maria, dove lo
trasportarono. Qui lo spogliarono, gli pulirono e sfoltirono la
zàzzera, dandole una bella accorciata; gli rasero quei quattro peli
ispidi che gli spuntavano qua e là sulla faccia facendolo
assomigliare a una sòrica12 unta; gli tagliarono le unghie e gli
ripulirono le mani; lo profumarono e gli infilarono una vecchia
tonaca da prete e un paio di scarpe lucidate a nuovo e poi lo
misero seduto per terra, con la schiena appoggiata all’altare. Per
completare l’opera lo pettinarono accuratamente, tirandogli una
bella scriminatura e versandogli in testa un flacone di unguento,
e gli posarono accanto uno di quegli specchietti che si usano per
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Nome abruzzese del ratto delle fogne.
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