Foto di Carlo Casella |
E, dopo la sala stampa della Camera dei Deputati ho varcato anche la soglia del Parlamentino del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. E no, non lo dico per darmi un tono( però ammetto che entrare nei palazzi della politica fa una certa impressione), lo dico perché ho partecipato a un evento che spero davvero abbia un seguito. È stato organizzato da Assitol( l’ Associazione Italiana Industria Oleraria) con la sua associata AIBI( Associazione Italiana Bakery Ingredients) e ha lanciato l’ idea di un’ alleanza, che riunisca tutti gli operatori del settore, |
per cambiare la percezione del pane presso le istituzioni e i consumatori. Ebbene, grazie al paziente lavoro di Assitol molti altri hanno aderito a partire da Assipan, Fippa, Fiesa e Richemont Club fino a enti come IEG( il gruppo che organizza Sigep) e alla scuola InCibum. Si è così arrivati a siglare un vero e proprio accordo che è stato chiamato“ un’ alleanza per il pane” e che pone le basi perché la voce di chi vuole tutelarne la cultura si faccia sentire più forte.“ L’ unione fa la forza” si dice sempre, a parole. Però, alla prova dei fatti, ci si divide e si combatte senza esclusione di colpi. Questo non fa bene al pane, perché frammenta il fronte e fa apparire il nostro mondo come ingestibile agli occhi degli interlocutori, soprattutto quelli istituzionali. Così la legge sul pane langue, la riforma delle scuole professionali pure. Inutile lamentarsi poi se la cultura e l’ amore per il pane subiscono dei seri contraccolpi. Non solo. Proprio grazie alle divisioni che regnano nel mondo dell’ arte bianca( di cui, lo ricordo, fanno parte anche la pizzeria, la pasticceria |
e perfino l’ universo pasta) non si arriva mai a ottenere i risultati auspicati da tutti: dalle agevolazioni fiscali, alle sovvenzioni e via discorrendo. Faccio un unico esempio, che è però il più significativo e il più nobile: la formazione. Da quanti anni si chiede che gli istituti alberghieri e le scuole di panificazione, per poche che siano, vengano ammodernate e siano in grado di dare ai giovani che le frequentano almeno la cultura di base e la qualifica necessaria per poter operare? I nostri giovani sono sempre penalizzati in confronto ai corrispettivi allievi stranieri e non per colpa loro. Questa formazione approssimativa dipende da una visione arcaica della professione che si può svecchiare solo attraverso un confronto con gli operatori. Da qui nasce tutto. Perché il disinnamoramento del pubblico nei confronti del pane non è solo una questione di comunicazione: alla base c’ è la cultura del pane. Lunga vita e buon lavoro a tutti quelli che aderiranno a questa alleanza. Il Panificatore italiano, come sempre c’ è e darà il suo contributo. |