CAR Maggio 2025 | Seite 41

Il ricambio di personale nelle carrozzerie sta diventando una vera emergenza. I giovani sembrano poco attratti eppure sono offerte stabilità, possibilità di crescita e buone retribuzioni. Cosa è cambiato? Lo abbiamo chiesto a Luca Accornero, docente e consulente nel mondo del lavoro

Renato Dainotto

Luca Accornero è un vero esperto quando si parla di lavoro, forza lavoro ed organizzazione aziendale. Non solo perché ha affrontato questi temi con il mondo accademico, ma soprattutto per il contatto diretto che ha ogni giorno con le aziende a cui presta consulenza, anche nel settore carrozzeria che conosce molto bene. Quando parla trasmette subito sicurezza, perché non è un venditore di idee ma un uomo concreto che sa contestualizzare il tema nella nostra attuale società. Da studioso ha analizzato il contesto attuale con gli strumenti necessari e ci ha subito spiegato che la situazione che stiamo vivendo non deve stupirci, perché è figlia dell’ evoluzione della società che corre forse più veloce dell’ approccio dell’ imprenditore al mondo del lavoro.

« I giovani sono più propensi a vivere un percorso a seconda delle opportunità che gli si apriranno »
Oggi le carrozzerie faticano a trovare giovani da inserire nelle loro attività. Prima di tutto, di che tipo di giovani parliamo? Come sono diversi dalle generazioni precedenti? « Parliamo di giovani che, nella mia esperienza, si affacciano al mondo del lavoro in carrozzeria principalmente da due canali: quello del mondo della scuola professionale, a volte anche degli istituti tecnici, che hanno deciso di intraprendere un percorso scolastico volto al mondo tecnico e tecnologico e poi giovani che sono attratti da questo mondo perché è legato al fascino dell’ auto e della moto e quindi coniugano o vorrebbero coniugare una loro passione, un loro interesse con quello che è uno sbocco lavorativo. Come sono cambiate le generazioni? Sicuramente direi che fino a una quindicina di anni fa il mondo del lavoro per i giovani era l’ opportunità di costruire un progetto di vita, il lavoro era lo strumento attraverso il quale un giovane faceva il salto, usciva dalla famiglia, si creava indipendenza, si costruiva un disegno proprio di vita. Oggi, invece, il lavoro è per i giovani uno strumento, quindi a tutti gli effetti è lo strumento attraverso il quale coniugano tutta una serie di interessi che gravitano attorno ormai alla loro socialità. Quindi non è più il lavoro della vita ma è lo strumento che in questo momento consente di coniugare la vita sociale con la quotidianità lavorativa. Un cambiamento che è, da un lato, proprio mentale, dall’ altro anche di prospettiva. Chiaramente oggi le generazioni non sono più quelle che ambiscono ad entrare in un’ azienda con un percorso di carriera, quindi con una crescita economica e professionale. Oggi la loro mira è quella di entrare in un’ azienda per soddisfare al meglio quello di cui in questo momento hanno bisogno. Quindi tutte quelle cose su cui socialmente sono bombardati, perché questa è la verità, oggi il giovane è bombardato da stimoli che rendono il lavoro strumentale capace di soddisfare questi stimoli. Quindi una soddisfazione immediata: quando dicono che preferiscono andare a lavorare nel supermercato guadagnando molto meno che in una carrozzeria scelgono una soluzione con turni predefiniti, hanno sostanzialmente e rigorosamente già incapsulato il ritmo del lavoro. Sanno, soprattutto, quanto tempo rimane a disposizione per organizzare tutte quelle attività che per loro oggi sono quasi prioritarie rispetto al lavoro stesso ».
Molti danno la colpa di questa carenza di giovani alla scuola professionale, che non attrae più i giovani, e come se non bastasse quelli che la frequentano vengono considerati impreparati. Un vero fallimento? « Dire colpa della scuola è troppo … perché il nostro sistema scolastico in Italia certamente è di valore sia da un punto di vista di contenuto sia di metodo, forse quello che certamente manca o è mancato negli ultimi anni è avvicinare la scuola al mercato ma con delle risposte che potessero rendere appetibile all’ imprenditoria il prodotto che usciva dalla scuola. Tutti quei processi di alternanza scuola-lavoro, comunque di stage, di stage curricolari che sono stati intrapresi non sempre sono finalizzati a tirare fuori dallo studente della potenzialità che ha per quel settore merceologico. Molto spesso sono riempitivi di tempo, riempitivi di un numero di ore che servono, rispondono ad un programma ministeriale, ma non c’ è questa simbiosi che potrebbe essere l’ anticamera invece di un percorso di lavoro. Quindi non è stato un fallimento vero e proprio, quello della scuola, perché comunque i giovani che escono dalla scuola sono abbastanza accul-
41