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casale di Ponte il nostro terminò la
prima tappa del suo “andar per monti”
sui Lattari, ospite in una non meglio
specificata “Casa Cuomo”.
Il mattino seguente il nostro escursionista inizia il camino alle ore 8 circa,
avendo come guida un “campagnuolo
sorrentino”. In circa un’ora guadagna la
cresta che separa Agerola dal vallone
di Pimonte. La segue in direzione della
concavità sulla quale sovrasta l’imponente mole di Sant’Angelo a Tre Pizzi
“tutta screpolata nelle pareti a piombo
e tagliata in alcuni punti da profonde
scanalature delle acque piovane”. Seguendo un esposto ciglio lungo le pareti del profondo vallone, giunge, infine,
al sentiero che conduce alla sorgente
dell’Acqua Santa. Di qui prosegue fino
alla sommità del Picco San Michele
(oggi chiamato “Il Molare”), che con i
suoi 1453 metri è la cima
a
più alta della catena dei
i
Lattari. Giunto in vetta,
a,
in un primo momento
o
le aspettative del nostro
o
Giustino furono deluse
e
dalla presenza di folti nubi
che salivano dalla” baia
meridionale”, lasciando
solo a settentrione uno
squarcio nel quale si poteva intravedere la cima del
Terminio. Ma dopo poco
un turbinio di vento ripulì
l’aria dalle nuvole e consentì al nostro di guardare
“le balze sottostanti che si
mostrarono ad una ad una, meraviglioso spettacolo per se stesse”. A questo
punto il nostro, rapito dalla bellezza
di tale spettacolo della natura esprime
con forza il pensiero che “la montagna
è la regina della natura, regina indomita e superba perché è come il simbolo
della sua forza, del suo mistero, della
sua purezza incontaminata: la prima
che il sole imporpori, è l’ultima che
esso abbandoni”.
Lasciati questi “aerei pensieri” e dopo
essersi ristorato, il nostro riprese il
cammino verso mezzogiorno costeggiando le “arenose creste di libeccio”.
Discese per circa due ore i “dirupi
scheggiati della Conocchia” in fondo
ai quali luccicava la marina di Positano. Giunto al valico di Santa Maria a
Castello, si diresse in tutta fretta verso
, ulla
il Monte Comune, sulla cui sommità,
dove effettuò una breve sosta, giunse intorno alle 4 del pomeriggio. Ben
presto riprese il cammino e, passando
per l’insenatura della “Chiossa”, giunse
infine sulla sommità del Vico Alvano
quando “già il sole inclinava su Napoli
all’occaso”, godendo della vista “di tutto il piano di Sorrento”.
In breve discese dal Vico Alvano per
dirigersi alla Villa di San Pietro a Cermenna dove fu “benevolmente accolto”
dal principe Colonna di Summonte.
Il terzo giorno il nostro escursionista
si mise in cammino all’alba; il cielo
era coperto da grosse nubi, “ma una
brezza sottile assicurava tutt’ora del
buon tempo”. Si diresse verso i Colli
di Fontanelle, salì per una viuzza alla
Maracoccola e quindi, dopo due ore,
giunse alle “amene pasture del villaggio di Sant’Agata”. Di qui proseguì,
passando per la collinetta di Santa
Maria della Neve, fino all’estremo borgo di Termini. Quindi ascese “ambo i
cocuzzoli” del Monte San Costanzo,
sul quale, intorno alle 10 effettuò una
breve sosta.
Riapparso il sole fra le nuvole, il nostro
potè ammirare il bellissimo paesaggio
che così descrisse: “chiudevasi ai nostri
piedi, silenziosa e profonda, la cala verdognola di Jeranto e lungi all’oriente di
indoravano gli isolotti dei Galli, le Sirenuse paventate da Ulisse; d’innanzi,
oramai a tre miglia in linea retta, contornavasi tutta, deserta e fantastica, la
Capri Tiberiana.
Dopo un’ora circa giunse infine alla
Campanella “un dì sacra a Minerva”,
meta finale di questa escursione ottona
centesca sui Monti Lattari.
Il ritorno avvenne lungo
la stradina posta sul fianco
occidentale del Monte San
Costanzo che conduce a
Termini.
Di lì proseguì per” la via
vecchia di Massa Lubrense
sino a Sorrento”. Di qui si
mosse alle due in carrozza
alla volta della stazione di
Castellammare dove prese il treno per Napoli “col
proposito, metà speranza e
metà desiderio, di tornare
altre volte sui Monti Lattaa
ri”.
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