S
partecipa del sentimento del mondo. Vi esorto a “seguirmi”, diventando tutti “filosofi”, come scriveva
Aristide Gabelli. Capire come imparare a vivere si può solo a confronto col non vivere. La filosofia
non è quel che si dice «amore del
sapere», ma il «sapere dell’amore» o,
piuttosto, rimessa alla più antica etimologia della parola greca, è un «sapere del legame», «sapere dell’amicizia», che del legame è l’espressione
più alta, perché nell’amicizia vera ci
si sostiene e si dà sostanza alla propria vita civile e personale (un
GRAZIE imperituro ai miei cari
amici Enzo, Patrizia e Tina). Un sapere che non si insegna, ma che
s’impara, non riducibile a dottrina!
La legalità è legame, nasce dagli affetti, proprio là dove il desiderio si
confonde col bisogno e scavalca il
diritto. In questi momenti di “lamento della legalità”, c’è bisogno di
legami per ripararne l’offesa. Non è
un problema di comunicazione e informazione. L’illegalità è l’espressione di «legami distorti», camorristici,
di una cultura che vive più vicina a
noi di quanto non sia lontana negli
spari delle tante “Scampia”. La regola, e qui Socrate giganteggia, è
ricercare un nuovo rapporto tra legalità e legami, sapendo che non
basta riformare, informare e comunicare, ma che occorre restituire la
parola e dialogare. Socrate soleva
interrogare direttamente un cittadino autorevole, un oratore, un politico, chiedendogli se sapeva davvero
quello di cui stava parlando. Socrate
possedeva un grande coraggio morale. Tutti sapevano come egli solo
avesse sfidato il furore popolare seguito alla disfatta navale delle Arginuse, quando dieci comandanti erano stati condannati a morte per aver
mancato di salvare i soldati che annegavano. Allora Socrate aveva sostenuto che, colpevoli o innocenti,
processarli o condannarli i