TRAKS MAGAZINE TRAKS MAGAZINE 017 | Page 24

ci che mi consigliano. Quando scrivo e registro in realtà cerco di non ascoltare molto per non es- sere troppo influenzato ma penso che qualcosa defluisca nei pezzi. Ho ascoltato molti dischi e can- zoni ma non uno in particolare, in particolare il pezzo Simply are. È una delle mie canzoni preferi- te: cercare di fare cose che “sem- plicemente sono” poi mi sembra un buon metodo. Detto questo ascolto davvero molte cose, sono piuttosto curioso e ho molti ami- 24 compresa una cella frigorifera... Quello nel frigo è stata una delle cose più belle che mi siano capi- tate. Diciamo che il mio modo di fare le cose è questo: guardo quel- lo che ho a disposizione e mi chie- do “che cosa potrei fare di bello e stimolante qui? Che cosa mi pia- cerebbe fare?”. Quindi parto dalla realtà e cerco di pensare a cose che mi piacciono e che reputo bel- le. Per i concerti ad personam nel frigo mi aveva invitato Alessan- dro Formigoni a suonare nella sua galleria Hiro Proshu. La galleria era una vecchia macelleria con un frigo in muratura, con un’acustica bellissima. Ho fatto un sopralluo- go e ho pensato: “io sto nel frigo, entra una persona alla volta e fac- cio un pezzo soltanto a lei, soltan- to noi due”. Fare un pezzo a una persona guardandola in faccia, isolati dal resto, penso sia la vera essenza di quello che cerco di fare. Poi c’era anche il lato ironico di fare una performance à la Marina Abramovich, in una galleria, ma senza pubblico. E’ stato davvero molto intenso, mi è piaciuto dav- vero molto farlo. anche perché la lavorazione è stata molto lunga. Forse l’unico pez- zo in cui ho cercato di catturare il mood di un gruppo filtrandolo nel mio modo e immaginario è stato Woods che è nato in qualche minuto e racconta una storia vera, quasi una cronaca di un concerto a cui non sono riuscito ad arri- vare. Per farlo ho ascoltato molto i dischi dei Woods ovviamente, in particolare era appena uscito il bellissimo City Sun Eater in the River of Light. Poi mi avevano re- galato l’ultimo disco di Devendra Bahart. Ho ascoltato moltissimo II dei Wolther Goes Stranger, Vaca- tion dei Baseball Gregg, Everyday Robots di Damon Albarn, i dischi dei The Drums, quelli di Arthur Russell, quelli di John Grant i sin- goli della Sarah Records, Durante un assedio degli Havah. I R.E.M. e Beck li ascolto molto spesso. Così come Conte e Battiato. Forse quel- lo che ho sentito di più in quel pe- riodo è stato Carrie and Lowell di Sufjan Stevens, che penso sia dav- vero un capolavoro, ma non credo abbia influito sul disco. Hai suonato un po’ ovunque, 25