SETTI
“Arto” è il successore di “Ahilui”: costellato da numerose collaborazio-
ni, nasce a distanza di quasi quattro anni dal disco precedente ed è un
condensato di quattro anni di scrittura paziente e non semplice
Hai lavorato quattro anni al di-
sco e, se capisco bene, non sono
stati quattro anni facili...
La lavorazione del disco è dura-
ta quattro anni per varie ragioni.
In ogni caso sono contento delle
canzoni che sono finite nel disco
(ne ho scartate moltissime), di
come lo abbiamo realizzato e del-
le persone che mi hanno aiutato a
farlo. E’ stato a tutti gli effetti un
lavoro in team. Non è stato facile
perché anche il processo di scrit-
tura richiede abbastanza scavo
per me, come anche quello di ar-
rangiamento che ho fatto insieme
a Luca Mazzieri e Luca Lovisetto
che sono stati fondamentali per
ottenere il risultato che cercavo.
Sono stati difficili ma è stato un
bene. Mi piacciono le sfide stimo-
lanti, il difficile è stato arrivare a
cose semplici. Poi ci sono aspetti
della vita che non riguardano di-
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rettamente la musica che hanno
altri livelli e tipologie di difficoltà,
conciliare la passione col lavoro e
gli altri impegni. In ogni caso amo
molto anche la parte di home re-
cording, quindi sono usciti svaria-
ti ep non ufficiali nel frattempo e
penso ne usciranno altri.
L’album non è un concept, tut-
tavia sono piuttosto evidenti al-
cuni temi di fondo che uniscono
le canzoni. Per esempio da dove
nasce il lato “americano”?
Non è un concept perché non è
nato come tale in effetti. Le can-
zoni sono state scritte indipen-
dentemente e poi si sono messe
insieme da sole. Sono una strana
comitiva que ste canzoni ma per
me hanno una loro compattezza
insieme, sono una squadra. Non
ci ho mai riflettuto sulla ragione
del lato americano ma penso che
derivi dall’immaginario delle ope-
re letterarie, cinematografiche,
musicali che amo. Probabilmente
ha influenzato la mia immagina-
zione. Poi l’Emilia, in cui vivo, mi
fa pensare a tratti ad alcuni pae-
saggi americani. Il Po è una spe-
cie di piccolo Mississipi, i campi
sono piccole praterie. Secondo
una visione molto astratta e per-
sonale. Lo trovo anche gotico a
suo modo. A volte ho detto che
è una visione salgariana perché
parlo di posti in cui non sono mai
stato e li uso per raccontare altro.
Ci saranno di certo dei fili rossi,
oltre alla mia visione delle cose,
ma al momento penso ancora di
essere nel labirinto. E’ un viaggio
che vorrei fare con chi ascolta, ci
penserò. I titoli con gli Stati Ame-
ricani li ho usati da quando ho
iniziato nel 2008 più o meno, era
un omaggio al progetto di Sufjan
Stevens, che amo molto. Poi è di-
ventato un gioco tutto mio, un
confine fatto a tavolino.
L’album è dedicato ad Arto
Lindsay e nell’arco del disco citi
altri artisti e band, ma qual è
stato il disco che hai ascoltato di
più mentre lavoravi al disco?
L’album si chiama Arto per molte
ragioni diverse. Tra queste il fat-
to che era il titolo di lavorazione
e non ho trovato un’altra parola
che lo rappresentasse meglio. Non
posso dire che sia dedicato ad
Arto Lindsay, ma lo amo molto,
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