TRAKS MAGAZINE TRAKS MAGAZINE 017 | Page 22

SETTI “Arto” è il successore di “Ahilui”: costellato da numerose collaborazio- ni, nasce a distanza di quasi quattro anni dal disco precedente ed è un condensato di quattro anni di scrittura paziente e non semplice Hai lavorato quattro anni al di- sco e, se capisco bene, non sono stati quattro anni facili... La lavorazione del disco è dura- ta quattro anni per varie ragioni. In ogni caso sono contento delle canzoni che sono finite nel disco (ne ho scartate moltissime), di come lo abbiamo realizzato e del- le persone che mi hanno aiutato a farlo. E’ stato a tutti gli effetti un lavoro in team. Non è stato facile perché anche il processo di scrit- tura richiede abbastanza scavo per me, come anche quello di ar- rangiamento che ho fatto insieme a Luca Mazzieri e Luca Lovisetto che sono stati fondamentali per ottenere il risultato che cercavo. Sono stati difficili ma è stato un bene. Mi piacciono le sfide stimo- lanti, il difficile è stato arrivare a cose semplici. Poi ci sono aspetti della vita che non riguardano di- 22 rettamente la musica che hanno altri livelli e tipologie di difficoltà, conciliare la passione col lavoro e gli altri impegni. In ogni caso amo molto anche la parte di home re- cording, quindi sono usciti svaria- ti ep non ufficiali nel frattempo e penso ne usciranno altri. L’album non è un concept, tut- tavia sono piuttosto evidenti al- cuni temi di fondo che uniscono le canzoni. Per esempio da dove nasce il lato “americano”? Non è un concept perché non è nato come tale in effetti. Le can- zoni sono state scritte indipen- dentemente e poi si sono messe insieme da sole. Sono una strana comitiva que ste canzoni ma per me hanno una loro compattezza insieme, sono una squadra. Non ci ho mai riflettuto sulla ragione del lato americano ma penso che derivi dall’immaginario delle ope- re letterarie, cinematografiche, musicali che amo. Probabilmente ha influenzato la mia immagina- zione. Poi l’Emilia, in cui vivo, mi fa pensare a tratti ad alcuni pae- saggi americani. Il Po è una spe- cie di piccolo Mississipi, i campi sono piccole praterie. Secondo una visione molto astratta e per- sonale. Lo trovo anche gotico a suo modo. A volte ho detto che è una visione salgariana perché parlo di posti in cui non sono mai stato e li uso per raccontare altro. Ci saranno di certo dei fili rossi, oltre alla mia visione delle cose, ma al momento penso ancora di essere nel labirinto. E’ un viaggio che vorrei fare con chi ascolta, ci penserò. I titoli con gli Stati Ame- ricani li ho usati da quando ho iniziato nel 2008 più o meno, era un omaggio al progetto di Sufjan Stevens, che amo molto. Poi è di- ventato un gioco tutto mio, un confine fatto a tavolino. L’album è dedicato ad Arto Lindsay e nell’arco del disco citi altri artisti e band, ma qual è stato il disco che hai ascoltato di più mentre lavoravi al disco? L’album si chiama Arto per molte ragioni diverse. Tra queste il fat- to che era il titolo di lavorazione e non ho trovato un’altra parola che lo rappresentasse meglio. Non posso dire che sia dedicato ad Arto Lindsay, ma lo amo molto, 23