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e sono vere. La perfezione è rara e impone sacrifici che io
non saprei affrontare.
La vie d’adèLe
Interpretare una seduttrice e girare scene di sesso con una
donna l’ha aiutata a vincere la timidezza?
L’ha fatto il cinema, in generale. Intendo quello che piace a
me: vero, realista nel raccontare i sentimenti umani e la fisicità. Da quando recito ho un rapporto più libero col mio
corpo, ma non so dire se Adèle mi ha cambiata. Mi ha insegnato a lasciarmi andare. Ma un film è sempre un film,
poi c’è la vita ed è quella che conta. È anche pericoloso,
mischiare le due cose.
La scelta Qui sopra, Adèle Exarchopoulos, 20 anni, con Lèa Seydoux
(a destra) in La vie d’Adèle. Nella foto in alto, Adèle con Jeremie
Laheurte, anche lui nel cast del film e suo compagno nella vita.
Forse. Non c’entra il nudo. In Grand central (altro suo film
in uscita, ndr) esprimo una sensualità fisica che non sapevo
neppure di possedere.
E la regista è Rebecca Zlotowski. Questione di complicità
femminile?
Ho accettato le due sfide: per Kechiche ho tagliato i capelli
e li ho tinti di blu, ho tirato fuori la mia mascolinità. Con
Rebecca sono istintiva, quasi bestiale. Kechiche, lui manipolava me e io volevo sedurlo, in quanto uomo, per capire
la sua visione dell’amore. Con Rebecca vedevamo le cose
allo stesso modo. Non mi sono mai sentita attratta sessualmente da una donna, ma le trovo affascinanti, mi piace
osservarne il loro corpo. La vie d’Adèle è una storia d’amore lesbico. Grand central racconta un ménage à trois: ma la
forza dell’attrazione è la stessa.
Pensa che accada così anche nella vita? Che ci siano il sesso e l’attrazione fisica alla base dei rapporti di coppia e che
tutto il resto si costruisce dopo?
Sono importanti entrambi. E poi, per me, il sesso è un’altra
cosa, anche rispetto all’attrazione sessuale.
In che senso?
Il corpo maschile mi eccita: ma mi viene voglia di toccarlo, non
di fare del sesso. Per quello ci vuole altro… Io non mi sento una
seduttrice, è un ruolo che mi annoia. Quando incontro un
uomo, cerco di capire se può funzionare, seriamente.
Cosa la seduce “seriamente” di un uomo?
Lo sguardo. Deve essere vero, diretto. È così raro. Non amo
la volgarità, il narcisismo. Forse perché ci sono cascata un
po’ troppo spesso. La cosa divertente è che al cinema sono
io a fare il primo passo.
Nella vita non l’ha mai fatto?
Mai. Sono timida, pudica. Oggi va meglio, ma qualche complesso mi è rimasto. Mi guardo allo specchio e mi dico che
forse non avrò le gambe di Gisele Bündchen, ma sono le mie
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Il cinema può avere un ruolo sociale. La vie d’Adèle ha vinto
la Palma d’oro dopo che, in Francia, era stata approvata la
legge sui matrimoni e le adozioni da parte di persone d ello
stesso sesso. Si è sentita un po’ militante?
No, perché non è solo un film sul diritto all’amore saffico.
Racconta come l’amore in generale ci aiuta a diventare la
persona che siamo: l’importante è non aver paura.
Ricorda il suo di primo amore?
Avevo dieci anni e lui era mio cugino: lo vedevo e il cuore
mi batteva forte. Quando disse che non gli piacevano le
bambine che giocavano con le Barbie, nascosi la mia. In
realtà ero un maschiaccio, un po’ come adesso.
Se non è innamorata (si definisce single, ndr) non le manca l’amore?
Un po’ sì, ma non puoi dire: «Adesso mi innamoro». Le
regole della seduzione sono cambiate, o non esistono
più. Siamo così presi da noi stessi e dalla frenesia che ci
circonda che non ci concediamo il tempo di conoscerci,
di scoprire le nostre affinità.
G
il libro
MAQuELFILM
è QuASI PoRNo
Due chiacchiere con Julie Maroh, autrice della
graphic novel che ha ispirato La vie d’Adele
Il blue è un colore caldo (Rizzoli) è uscito nel 2010.
Voleva aprire il dibattito sulle unioni gay?
Volevo parlare a chi rifiuta le persone per le loro scelte
omosessuali. È una storia su quello che la maggior parte
di trans, queer e adolescenti gay deve affrontare.
I personaggi sono ispirati a persone reali?
Sono la somma di storie e incontri che ho vissuto.
Perché i capelli blu? E perché non ha amato il film?
Il passato di Clémentine (Adèle nel film, ndr) lo scopriamo nei
suoi diari, che sono in bianco e nero. Noi ricordiamo il passato
per flash e dettagli, il blu è un segno cromatico molto forte,
simbolico. Per quanto riguarda il film, ammiro il lavoro di regista
e attrici, ma trovo che un’esposizione così brutale e fredda
del cosiddetto sesso lesbico lo faccia diventare pornografico.