Test gioia Dicembre 2013 | Page 48

seneparla real politik Lampedusa: sono qualcosa impossibile da fissare. Ma l’unico modo è riconoscere i loro fratelli, padri e zii per ciò che sono: Si chiama David ed è uno dei sopravvissuti alla strage di Lampedusa. Quando l’ho visto, in fotografia, era nudo accucciato dentro uno di quei sottili teli termici scrocchianti come carta di caramella, e di lui si distinguevano soprattutto gli occhi, enormi e sgranati. Tra le decine di storie lette in questi giorni mi capita, o scelgo, di fissare la sua, raccontata dall’inviato della Stampa Niccolò Zancan. La scelgo per tante ragioni, nessuna in particolare e due soprattutto: David non è un bambino e neppure una donna. David è un giovane resistente e ostinato: il migrante per antonomasia, che non fa eccezione e neppure notizia, uno dei tanti in un mondo che guarda alle storie dei migranti lesinando compassione e giustizia. Di più: David è un migrante maschio, adulto e vivo. E io, pur apprezzando il fatto che nell’ora del lutto il nostro il premier Enrico Letta abbia voluto rendere italiani i morti, penso che la domanda resti: «Sì, ma i vivi?». David è un uomo di 18 anni, che sono abbastanza per essere uomini in Africa, o per essere considerati uomini a tutti gli effetti qui da noi, se sei africano. Viene dall’Eritrea, Paese in balia d’una dittatura feroce, poco contrastata dalla comunità internazionale e ancor meno dall’Italia, che laggiù conserva qualche interesse etragedia Erano oltre 500 i migranti a bordo della nave affondata a Lampedusa il 3 ottobre: il bilancio provvisorio è di 194 morti. conomico. Una di quelle dittature dalle quali si ha il diritto, e anche un po’ il dovere, di fuggire. È il primo di tanti fratelli, sapeva nuotare e doveva aiutare: per questo è partito, per questo ha attraversato il pauroso deserto sudanese ed è stato un falegnameschiavo in Libia, ha pagato con un anno di botte, fame e lavoro duro il suo biglietto per Lampedusa; per questo, infine, è salito insieme ad altri 500 su una di quelle carrette del mare che talvolta male affondano. E quando finalmente ha visto in lontananza le nostre coste, gli veniva da ridere: «Pensavo a mio padre e mia madre, dovevano essere orgogliosi di me». C’è stato un attimo, ricorda, in cui a tutti veniva da ridere, su quella barca. Quattro numeri su quattro piccole bare bianche allineate nell’hangar di Lampedusa sono qualcosa d’impossibile da fissare. Perciò l’unico modo di rendere giustizia ai bambini senza nome è nominare i loro fratelli maggiori, i loro zii, i loro padri. Cominciare, ma sul serio, a pensarli non come un problema o una minaccia, ma per quello che effettivamente sono: persone portatrici di diritti. È non essere ingiusti con tutti i David che naufraghi, nudi e per sovramisura indagati in Italia per il reato d’immigrazione clandestina, affrontano ora la parte europea della loro avventura. Quella in cui ti aspetti, legittimamente, di vivere, studiare e diventare un infermiere. cristina mastrandrea Stefania Miretti giornalista. stefmiretti @gmail.com