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Lampedusa:
sono qualcosa
impossibile da fissare. Ma l’unico modo
è riconoscere i loro
fratelli, padri e zii per ciò che sono:
Si chiama David ed è uno dei sopravvissuti alla strage di Lampedusa. Quando l’ho visto, in fotografia, era nudo accucciato dentro uno
di quei sottili teli termici scrocchianti come carta di caramella, e di lui si
distinguevano soprattutto gli occhi,
enormi e sgranati. Tra le decine di
storie lette in questi giorni mi capita,
o scelgo, di fissare la sua, raccontata
dall’inviato della Stampa Niccolò
Zancan. La scelgo per tante ragioni,
nessuna in particolare e due soprattutto: David non è un bambino e
neppure una donna. David è un giovane resistente e ostinato: il migrante
per antonomasia, che non fa eccezione
e neppure notizia, uno dei tanti in un
mondo che guarda alle storie dei migranti lesinando compassione e giustizia. Di più: David è un migrante
maschio, adulto e vivo. E io, pur
apprezzando il fatto che nell’ora del
lutto il nostro il premier Enrico Letta abbia voluto rendere italiani i morti, penso che la domanda resti: «Sì,
ma i vivi?».
David è un uomo di 18 anni, che sono abbastanza per essere uomini in
Africa, o per essere considerati uomini a tutti gli effetti qui da noi, se sei
africano. Viene dall’Eritrea, Paese in
balia d’una dittatura feroce, poco
contrastata dalla comunità internazionale e ancor meno dall’Italia, che
laggiù conserva qualche interesse etragedia Erano oltre 500 i
migranti a bordo della nave
affondata a Lampedusa
il 3 ottobre: il bilancio
provvisorio è di 194 morti.
conomico. Una di quelle dittature
dalle quali si ha il diritto, e anche un
po’ il dovere, di fuggire. È il primo di
tanti fratelli, sapeva nuotare e doveva
aiutare: per questo è partito, per questo ha attraversato il pauroso deserto
sudanese ed è stato un falegnameschiavo in Libia, ha pagato con un
anno di botte, fame e lavoro duro il
suo biglietto per Lampedusa; per questo, infine, è salito insieme ad altri
500 su una di quelle carrette del mare che talvolta male affondano. E
quando finalmente ha visto in lontananza le nostre coste, gli veniva da
ridere: «Pensavo a mio padre e mia
madre, dovevano essere orgogliosi di
me». C’è stato un attimo, ricorda, in
cui a tutti veniva da ridere, su quella
barca.
Quattro numeri su quattro piccole
bare bianche allineate nell’hangar di
Lampedusa sono qualcosa d’impossibile da fissare. Perciò l’unico modo
di rendere giustizia ai bambini senza
nome è nominare i loro fratelli maggiori, i loro zii, i loro padri. Cominciare, ma sul serio, a pensarli non
come un problema o una minaccia,
ma per quello che effettivamente sono: persone portatrici di diritti. È non
essere ingiusti con tutti i David che
naufraghi, nudi e per sovramisura
indagati in Italia per il reato d’immigrazione clandestina, affrontano ora
la parte europea della loro avventura.
Quella in cui ti aspetti, legittimamente, di vivere, studiare e diventare un
infermiere.
cristina mastrandrea
Stefania
Miretti
giornalista.
stefmiretti
@gmail.com