in piombo, se non in ferro. Per protezione la statua potrebbe essere stata in parte
rivestita di stagno e colorata, come l’albero di melograno del Castello d’Issogne.
Un’opera quindi polimaterica, come del resto erano già i manichini del periodo immediatamente recedente, eseguiti in legno, stoffa e crine o capelli veri
per la capigliatura e le barbe.
È pura coincidenza che poco più di un secolo dopo venga realizzato proprio
in rame e non in bronzo (salvo la testa e le mani) ad Arona, ad iniziare dal 1614,
sotto gli auspici del cardinal Federico Borromeo, la statua colossale di S. Carlo,
il “San Carlone”, su progetto del Cerano, ultimata solo nel 1604 ed il Cerano,
nato a Romagnano, sicuramente vi era stato almeno in età giovanile.
Ambedue quindi poterono vedere la statua gaudenziana del Cristo risorto.
Secoli dopo, a metà Ottocento, sempre in rame e non in bronzo, verranno modellate le due grandi statue di Bernardino Caimi e di Gaudenzio Ferrari all’ingresso del Sacro Monte.
L’unica cosa certa è che le inevitabili perdite di acqua, dovute all’usura ed al
gelo (non vi era infatti ancora la barriera architettonica costituita dall’attuale
galeria che chiude ad occidente la Piazza Maggiore, a proteggere contro i gelidi
venti provenienti dal Monte Rosa), dovettero, con l’andar del tempo rendere
assai precarie le condizioni del complesso manufatto, come testimoniano vari
documenti del 1572, per aumentare la portata d’acqua e del 1585, tanto da dover eliminare prima gli zampilli (non se ne parla infatti nelle visite pastorali del
cardinal Taverna (1617) e del vescovo Volpi (1628) e da consigliare poi l’eliminazione della fatiscente statua originaria e la sostituzione con la suggestiva
scultura lignea, certamente più antica e di reimpiego, che troneggerà sulla vasca
fino ai restauri del 1980-84. Queste le conclusioni a cui era giunto sostanzialmente nel 1980, ribadendole nel 2001 in uno studio pubblicato sul Bollettino
della Società Piemontese d’Archeologia e Belle Arti. Senonchè pochi anni dopo,
nel 2006, un noto studioso, riferendosi alla statua in un volume su Gaudenzio
Ferrari e la cappella della Crocifissione, scrisse: “Prima di tutto sgombriamo il
campo dall’ipotesi che sulla fontana esistesse un’altra statua del Redentore, in
metallo, eseguita da Gaudenzio con l’acqua che scorreva dalle cinque ferite del
costato, dalle mani e dai piedi. La descrizione dei cinque rivoli di salvezza che
traggono origine dalle stimmate è chiaramente simbolica e nasce dal fatto che
la fonte circolare posta sotto la statua presenta cinque bocchette per attingere
l’acqua. La statua descritta dalla guida del 1514 è dunque quella lignea, ma non
è opera di Gaudenzio e forse proviene da un’altra cappella del Sacro Monte e ci
farebbe comodo che provenisse dalla cappella dell’Ascensione”.
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