zona inferiore ed otto nella parte alta. Alcuni autori di guide, tra cui il Butler,
hanno invece riportato erroneamente il numero di trentasette, numero che purtroppo è stato anche ripreso in alcune delle più recenti guide del Sacro Monte.
Che autore delle quaranta statue fosse stato il d’Enrico lo scrisse già fin dal 1671
il Fassola. Lo ripetè un’interrotta tradizione di compilatori di guide e di studiosi
fino ad oggi. Lo conferma nel modo più pieno lo stile inconfondibile, pulsante
di vita, di passione, di forza interiore, eccezionale per sapienza esecutiva e felicissima unità corale. Unica voce discorde, unica voce stonata quella del Butler,
infatuato del Tabacchetti.
Ma sinceramente non so se valga la pena soffermarsi sulle sue affermazioni,
prive di fondamento, come quella che “più d’una delle vecchie figure venne tolta da un altro luogo”, e che “il Tabacchetti ha probabilmente prestato mano alla
composizione di questa Cappella, e come egli vi abbia lasciato un ritratto di se
stesso”. Idee espresse in buona parte anche dal Negri, studioso del Santuario di
Crea e del Tabacchetti.
Altra convinzione del Butler è che due statue, l’ultima a sinistra col capo
completamente calvo e quella che fa somigliare al ritratto di Leonardo per i lunghi capelli, siano di Gaudenzio, perché simili ad altre due che si trovano nella
cappella del Calvario, e che provengono dall’antica Salita al Calvario. Ha già
pensato fin dal 1914 il Galloni a confutare ampiamente questa affermazioni del
Butler.
In realtà lo scrittore inglese non sapeva che proprio i fabbriceri richiedevano
agli artisti nei contratti di allocazione di attenersi a Gaudenzio come modello,
e quindi di ripetere anche figure già presenti in altre cappelle della Passione,
per dare maggiore unità e continuità, e vorrei anche dire veridicità, agli episodi,
ritrovando costantemente di stazione in stazione, di episodio in episodio, gli
stessi personaggi.
Le affermazioni del Butler sono state poi riferite dal Tonetti, dal Romerio ed
accolte dal Ravelli, creando così qualche confusione.
Chiusa dunque questa parentesi, resta confermato che tutta la raffigurazione
scultorea è stata concepita e realizzata da Giovanni d’Enrico, con la necessaria
collaborazione in campo esecutivo, di qualche aiutante. In seguito ai restauri
operati attorno al 1984 da Fermo De Dominici, è comparso, inciso sull’elmo
di un guerriero, rivolto verso i riguardanti, con il capo girato all’insù, al centro
dell’arco sotto la loggia, il nome, che non può interpretarsi che come la firma di
Melchiorre d’Enrico: Melcher H. C’è quindi da ritenere che Melchiorre, fratello minore di Giovanni, non abbia solo dipinto le statue, come è documentato,
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