La sobria struttura architettonica è impreziosita solo, secondo un modulo caro
al d’Enrico, da un cornicione a lunette ed unghie, di gusto ancora cinquecentesco, già adottato dal suo più anziano fratello, Enrico d’Enrico, nella cappella
della Strage degli innocenti (1586),a cui aveva collaborato lo stesso Giovanni.
Ma Giovanni ne farà quasi un elemento caratteristico del suo linguaggio architettonico sul Sacro Monte, magari anche su richiesta dei fabbriceri, mantenendo
questo tipico cornicione nello stesso Palazzo di Pilato, nella cappella di Erode
e poi ancora negli anni tardi, nelle due cappelle che affiancheranno il Calvario,
cioè l’Inchiodazione e la Deposizione dalla croce.
Sul lato di mezzogiorno, cioè verso la Piazza Maggiore, spiccano inoltre altri
due elementi: la finestra, l’unica fonte di luce per l’interno, aperta proprio sotto
il cornicione, esempio singolare, forse unico, per la elaborata e raffinata decorazione seicentesca in stucco che la incornicia, e più in basso, poco sopra l’arco d’accesso all’androne, un’ampia meridiana affrescata, una delle più grandi
e vistosa di tutta la valle, oggi purtroppo quasi cancellata dal sole e dagli agenti
atmosferici, resa ancor più originale e curiosa dall’asta a gnomone, costituito da
un esemplare di spadone seicentesco, di cui non si conosce la provenienza, forse
milanese (‘?), che meriterebbe di essere studiato anche come documento a sé
stante, da qualche esperto di armi antiche.
Assolutamente spoglie dovevano essere le altre due pareti esterne, verso levante e verso mezzanotte, come ci testimonia la veduta seicentesca dello Sceti.
Ma nel 1863 la signora Vigliardi Paravia di Torino, che era solita villeggiare al
Sacro Monte, donava 6000 lire perché si prolungasse lungo la Piazza Maggiore
la Casa Parella, rifacendo anche il mistero dei Tre discepoli dormienti.
Il nuovo corpo di fabbrica, eretto negli anni successivi, venne così a congiungersi per mezzo di un’altra sottile costruzione, quasi intercapedine, leggermente
arretrata, al complesso del Palazzo di Pilato, addossandosi esattamente alla parete meridionale dell’Ecce Homo, annullando di conseguenza alla cappella l’originaria imponenza.
Ne risultò quindi sul lato settentrionale della Piazza Maggiore l’attuale sequenza irregolare, varia e concatenata di costruzioni, di effetto certo pittoresco,
ma del tutto priva di una continuità e di un rapporto logico.
In fine il lato nord dell’Ecce Homo, che guarda verso l’odierna Piazza dei Tribunali, venne poco dopo il 1870 decorato ad affresco con finte architetture in
prospettiva.
Merita a questo proposito riportare in parte ciò che scrisse sul Bollettino del
Sacro Monte nel 1912 il varallese Don Alfonso Maria Chiara, prevosto di Car387