mediatezza, la spontaneità, la naturalezza nella distribuzione dei gruppi, nella
forza espressiva dei volti e dei gesti in cui si rivelano tutti i più reconditi sentimenti, e nella resa chiassosa e tumultuante, che dalle statue trapassa alla folla che
urge e preme tutt’attorno nei dipinti del Tanzio.
La consueta disposizione corale delle figure, quasi a semicerchio, creando al
centro una zona meno affollata, spalanca allo sguardo dell’osservatore, che si
trova quasi calato in prima persona nel dramma, la parte più cruciale dell’episodio evangelico.
Forse mai come in questa cappella si contrappongono la “stultitia mundi”
con la “sapientia Cristi”. Infatti, il primo impatto avviene col fasto della reggia,
che quasi intimidisce con la sua opulenza mondana. Lo sguardo è subito captato
dal trono ricchissimo, vero centro ideale dell’azione e vero capolavoro di seicentesco artigianato aulico, sfolgorante d’oro e di intagli, superbamente coronato
da uno stemma a banda nera in campo d’oro; stemma certo di invenzione, rientrante forse ancora nell’immaginario medioevale, non potendosi ovviamente
alzare nessun vero blasone di qualche nobile casata. C’è tuttavia da chiedersi se
l’autore avesse l’intenzione di investirlo di un qualche recondito significato. E
che a questo trono Giovanni D’Enrico attribuisse un’importanza primaria lo si
può capire dalla stessa distinta già citata del 1640, da lui presentata ai fabbriceri
del Sacro Monte con l’elenco delle opere ancora da pagargli, nella quale lo giudica del valore di ben quattro statue.
Il tutto è reso poi ancora più spettacolare ed imponente dall’ampio baldacchino che campeggia su tutta l’aula con i suoi tendaggi cremisi, oggi purtroppo
stinti, strappati e laceri.
Ma nella cappella di Erode ancor altri elementi profani ed aulici attraggono
l’attenzione del visitatore (e penso soprattutto a tanti umili ed anonimi pellegrini dei secoli passati che mai in vita loro avrebbero visto o avrebbero potuto
immaginarsi una vera reggia). Ecco così il cagnolino accucciato sugli scalini del
trono (il cane piccolo dell’elenco del 1640); così il nano, che riporta la mente
alle nostre splendide corti rinascimentali (quella sabauda per esempio, col ritratto di Carlo Emanuele I giovinetto con il suo nano di corte, alla Galleria Sabauda
di Torino, ed ancor più la reggia di Mantova con il suo famoso e curioso “appartamento dei nani”); così in fine il cane grande, un vero mastino alano, posto in
bella vista proprio di fronte agli osservatori, una vera rarità cinofila per quegli
anni, sulla quale Giovanni D’Enrico si dimostra sorprendentemente aggiornato. Gli alani, o gran danesi, erano già ben noti nei secoli precedenti. Allevati in
gran numero a corte nei ducati tedeschi, presenti in molte raffigurazioni medio319