arbitrariamente a Pellegrino Tobaldi, l’architetto di fiducia di S. Carlo, molte
costruzioni del Sacro Monte, tra cui appunto anche quella di Gesù davanti ad
Erode, aggiungendo che fu “perfetionato questo palazzo tutto tra gli anni di nostra salute mille sei cento quaranta in circa”. Lo ripetè pari pari il Torrotti nel
1686, e così di seguito la guida del 1715 (senza però riferire l’attribuzione al Tibaldi), quelle del 1743, 1751, 1755 e 1765 (queste ultime due senza riportare il
nome dell’architetto). Lo ripeterono anche il Bartoli nel 1777 e la guida del 79.
E se la guida del 1807 non riporta né la data, né l’autore, li citano nuovamente
quelle del 1819, 1826, 1829, 1843.
Intanto però già nel 1830 il Bordiga nella sua storia e guida del Sacro Monte,
ridimensionava in parte la paternità tibaldiana, affermando che il palazzo era
stato “ridotto più semplice di quello disegnato dal Tibaldi”, ritenendo opera del
Tibaldi il “Libro dei Misteri”, e delimitava la realizzazione di tutta la cappella tra
il 1606 (anno della lettera del Bascapè) ed il 1638 circa. I dati forniti dal Bordiga
vengono ripresi dal Cusa nel 1847, ultimo a nominare il Tibaldi, dalla guida del
1891, nello stesso anno dal Tonetti, poi dal Butler nell’Ex voto, dal Romerio nel
1912 e dal Ravelli nelle sue edizioni della sua guida della Valsesia (1913 e 1924).
Ma ormai le ricerche del Galloni, pubblicate nel 1914, fanno conoscere i documenti essenziali per delimitare con esattezza l’esecuzione dei lavori in meno
di un decennio, tra il 1619 ed il 28, come si è visto, e secondo i piani del D’Enrico. Da quel momento la cappella, o meglio il palazzotto, si presenta come una
delle più ariose, leggere e scenografiche architetture di tutto il Sacro Monte,
un’architettura più fiabesca che reale, per l’assoluta preminenza della facciata,
quasi immateriale: struttura aperta, priva di volume e di peso, costituita esclusivamente dal portico e dalla sovrastante loggetta.
Ma il portico ad ampio arco serliano, sensibilmente ribassato per dilatarne
l’ampiezza, è reso più snello e slanciato verso l’alto dalle quattro colonne ioniche, posate su alti plinti di chiara ascendenza gaudenziana (si pensi all’arioso
porticato della cappella di Loreto alle porte di Varallo), simili a quelle del vicino
Palazzo di Caifa, rinnovate sia le une che le altre nel 1857 a cura dell’Amministrazione del Santuario. Al di sopra la loggetta di coronamento dalle purissime linee di schietto linguaggio valsesiano, ancor tutto legato alla tradizione
rinascimentale, si posa lieve e sobria ad esaltare l’armonia musicale dell’insieme,
celando, come un prezioso paravento, il retrostante corpo vero e proprio dell’edificio.
Se nell’attiguo Palazzo di Caifa il volume architettonico era unitario e compatto, con il portico conglobato nella massa parallelepipeda della costruzione,
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