ci presenta tutta la parte di centro e di sinistra dell’affresco di Melchiorre col
pittoresco e fantasioso paesaggio, le rocce, la ricca vegetazione, gli steccati di recinzione, le case, i castelli, la veduta di Gerusalemme sullo sfondo, gli sgherri in arrivo
accolti da Giuda. Il testo accurato e meticoloso completa poi la descrizione non
trascurando di notare le precarie condizioni degli affreschi che completano «assai
bene la rappresentazione plastica quando erano in buono stato». E più oltre viene illustrato «un fatto biblico allusivo a questa rappresentazione, dipinto in un
quadro, nell’alto, di fronte, sostenuto da grandi Angioli in belle movenze e graziose, assai conservato, (che) chiarisce viemeglio la valentia dell’Artista. È questa
una composizione di piccole figure eseguite con gusto ed arditezza, che esprime
il passaggio del torrente Cedron fatto da Davidde, quando fuggiva il figlio Assalonne, che sollevatoglisi contro, con numerosa oste da Ebron moveva verso Gerusalemme. Maestosa sopra tutte è la figura di Davidde, il quale già grave d’anni,
canuto il crine e la folta barba, con corona in capo e abito guerriero, sorreggendo
colla destra il regal manto, incede grave, concentrato e afflitto sul ponticello del
Cedron; molti soldati e cavalieri ben distribuiti e aggruppati, col sacerdote Sadoc,
e alcuni Leviti portanti l’Arca Santa compiono questa scena».
Dunque, come nelle cappelle affrescate dal Morazzone (Salita al Calvario) e
dal Tanzio negli stessi anni, come farà anche Melchiorre nel 1619 nella Cattura
ed ancora dopo ripeteranno i Danedi nella Trasfigurazione, anche qui il pittore
aveva rappresentato entro un grande cartiglio nella parte alta dello sfondo un
episodio biblico che si richiamava al torrente Cedron e di conseguenza all’orto
degli ulivi, situato appunto al di là della valle del Cedron o di Giosafat.
Ma come ha ricordato il Cusa e come aveva già precedentemente fatto notare
anche il Bordiga, gli affreschi erano ormai «guasti dall’umido» nel paesaggio
e nelle figure. Come è ben noto, ad iniziare dal 1776 erano state rifatte le due
cappelle immediatamente precedenti dell’Ultima cena e dell’Agonia nell’orto conglobandole sotto il portico del nuovo edificio sul lato nord della Piazza
Maggiore, completato nei primi decenni dell’Ottocento per la munificienza
della marchesa Severina Sanmartino di Parella, da cui appunto prese il nome di
«Casa Parella». Ora, con l’esigenza di rifare prima o poi gli affreschi dei Tre
discepoli dormienti, era facile si facesse strada l’idea di prolungare la fronte della
Casa Parella e di ricostruire il mistero allineandolo sotto il portico in continuazione dei due già rifatti della Cena e dell’Orto degli ulivi, col risultato di dare una
maggior uniformità a quel lato della piazza.
È cosi che nel 1863 un’altra benemerita dama torinese, Maddalena Vigliardi
Paravia, che come la marchesa di Parella aveva scelto di trascorrere il periodo
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